È sparito. Non nel senso metaforico — ma proprio offline: la pagina Facebook e il profilo Instagram di Fabrizio Corona non sono più raggiungibili. Un blackout che, prima di trasformarsi in pettegolezzo da bar, ha preso contorni ben più concreti: dietro all’oscuramento, a quanto pare, non c’è la magistratura di Milano ma il colosso dei social, Meta. Motivo ufficiale? “Violazioni multiple”, una dicitura che suona tanto burocratica quanto definitiva.
Il caso ha una storia recente: Corona aveva trovato nuova popolarità su Instagram con il format chiamato Falsissimo, una specie di show quasi quotidiano che mescolava gossip, polemica e un po’ di televisione fai-da-te. Proprio quel contenuto era finito sotto osservazione e, si dice, era stato bloccato nelle ultime settimane su istanza dei legali di Alfonso Signorini. Poi il passo successivo: la chiusura degli account. Insomma, prima un format sospeso, poi il profilo che svanisce. E i social che, solenni, parlano di “violazioni multiple”.
Reazioni, accuse e la questione del copyright
La reazione non si è fatta attendere. L’avvocato di Corona, Ivano Chiesa, non ha usato mezzi termini: «È a rischio la libertà di parola», ha detto all’Ansa. «Sono stati oscurati, li hanno chiusi, sospesi, sia Instagram che “Falsissimo”. È una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratica». Parole forti, pensate per essere ascoltate, e che inaugurano il terreno di scontro: censura vs moderazione, autorità pubblica vs regole private delle piattaforme.
Dal canto suo, Corona avrebbe ricevuto notifiche formali da Meta che parlano di sospensione per violazione del copyright. Chiesa ipotizza un legame con richieste avanzate da Mediaset — quindi non solo un problema di linguaggio o di tono, ma di diritti sui contenuti. La distinzione non è banale: quando una multinazionale come Meta decide di rimuovere o sospendere un profilo per questioni di copyright, entra in gioco una procedura relativamente meccanica, spesso scatenata da una segnalazione terza. Quando però l’argomento diventa “libertà di espressione”, tutto assume toni politici e simbolici.
È utile fermarsi un attimo. Le piattaforme social hanno regole, linee guida e algoritmi che reagiscono a segnalazioni, bottoni “segnala” e richieste legali. Ma è altrettanto vero che la decisione di oscurare un volto noto — uno che per anni ha battuto i confini tra cronaca, spettacolo e polemica — ha un impatto pubblico maggiore rispetto alla rimozione di un profilo qualunque. C’è il rischio di una narrativa semplice: “Big tech silenzia il dissenso”. E c’è la realtà più complessa: diritti d’autore, denunce e controricorsi che possono muovere il traffico legale e digitale.
Per ora, la dinamica è questa: Meta segnala violazioni multiple, Corona e il suo legale parlano di censura e lesione della libertà di parola, e sullo sfondo ci sono richieste di soggetti terzi, come Mediaset e i legali di Signorini. Presto — o almeno lo sperano i protagonisti — arriveranno notifiche più dettagliate, ricorsi, e magari una battaglia legale destinata a chiarire se il bando sia stato un atto dovuto alla tutela dei diritti oppure un intervento sproporzionato su contenuti ad alta risonanza pubblica.
In attesa di sviluppi giudiziari o di un chiarimento pubblico da parte di Meta, resta l’effetto immediato: un personaggio molto visibile viene temporaneamente rimosso dalla scena digitale. E la domanda rimane, più che mai attuale: chi decide cosa possiamo vedere — e dove finisce la moderazione e inizia la censura?
