Nel mondo dell’archiviazione digitale, SPhotonix propone un approccio radicalmente diverso. La startup britannica lavora su una tecnologia di cold storage che rinuncia del tutto all’idea di accesso rapido e frequente, concentrandosi invece sulla conservazione assoluta nel tempo. Il cuore del progetto è una memoria incisa su dischi di vetro di silice fusa. Un materiale estremamente stabile dal punto di vista chimico e termico, capace di resistere a condizioni ambientali complesse senza subire alterazioni.
I dati vengono scritti tramite impulsi laser a femtosecondi che creano nanostrutture all’interno del vetro. Tali strutture codificano le informazioni sfruttando cinque parametri distinti: le tre dimensioni spaziali, l’orientamento e l’intensità della modifica prodotta dal laser. È da qui che nasce la definizione di “memoria 5D”. La lettura avviene attraverso luce polarizzata, che consente di decodificare le informazioni senza contatto fisico con il supporto e senza consumo energetico continuo.
Secondo SPhotonix, un singolo disco di dimensioni paragonabili a quelle di un CD può arrivare a contenere centinaia di terabyte di dati. Teoricamente resteranno intatti per miliardi di anni, a patto che il supporto non venga fisicamente danneggiato. È un tipo di archiviazione che non richiede alimentazione, raffreddamento attivo o migrazioni periodiche dei dati. Tutti elementi che oggi rappresentano costi e rischi importanti per archivi storici, scientifici e istituzionali.
Dai laboratori ai datacenter: limiti attuali e situazioni future di SPhotonix
Se la longevità rappresenta il punto di forza della tecnologia SPhotonix, la velocità resta il suo principale limite. Le prestazioni attuali sono lontane dagli standard dei moderni sistemi di storage. La scrittura, ad esempio, procede a pochi megabyte al secondo e la lettura, seppur più rapida, resta comunque marginale rispetto a SSD e dischi tradizionali. Questo aspetto però non viene considerato un ostacolo insormontabile. La startup guarda a casi d’uso come archivi governativi, dati scientifici irreplicabili, patrimonio culturale digitalizzato e backup a prova di obsolescenza. In questi contesti, la velocità passa in secondo piano rispetto alla certezza di non dover mai riscrivere o migrare i dati.
SPhotonix sostiene di avere già una roadmap tecnica per migliorare le prestazioni, con l’obiettivo di raggiungere velocità di lettura e scrittura molto più elevate nel giro di alcuni anni. Anche i costi, seppur elevati nella fase iniziale, sono pensati per un’adozione graduale. Le prime unità di scrittura e lettura avranno prezzi da infrastruttura professionale, in linea con investimenti tipici dei datacenter.
Nei prossimi mesi dovrebbero partire i primi progetti pilota, che serviranno a validare la tecnologia fuori dall’ambiente controllato dei laboratori. Se i test confermeranno le promesse, SPhotonix potrebbe aprire una nuova categoria nell’archiviazione digitale. Quindi, non più supporti da sostituire ogni pochi anni, ma veri e propri “depositi di memoria” pensati per superare generazioni, civiltà e persino ere geologiche.
