
DJI
Gli Stati Uniti si preparano a una decisione che potrebbe riscrivere l’equilibrio globale del mercato dei droni. Dal 23 dicembre 2025, salvo un intervento diretto del presidente Donald Trump, scatterà automaticamente il divieto di importare nuovi prodotti DJI. Una mossa che, se confermata, rischia di paralizzare non solo il settore consumer, ma anche quello industriale e professionale, dove la casa cinese domina da anni con una quota di mercato senza rivali.
DJI nel mirino: sicurezza o geopolitica?
Le motivazioni ufficiali parlano di timori legati alla sicurezza nazionale. Secondo il Congresso, DJI — come altre aziende cinesi — potrebbe essere costretta da Pechino a fornire dati sensibili sugli utenti statunitensi, inclusi log di volo e coordinate GPS. Nessuna prova concreta, però, è mai stata resa pubblica.
L’azienda ha negato ogni legame diretto con il governo cinese, ricordando di aver spostato i propri server negli Stati Uniti e di aver eliminato i dati raccolti sul territorio nel 2024. A settembre, un giudice federale ha anche respinto l’accusa di controllo statale, definendo insufficienti le evidenze presentate. Tuttavia, la narrativa della “minaccia cinese” continua a dominare a Washington, alimentata da una tensione politica che va ben oltre il perimetro tecnologico.
Un vuoto difficile da colmare
DJI non è solo un marchio: è lo standard de facto dei droni nel mondo. Agricoltura, ricerca ambientale, edilizia e soccorso civile si affidano in larga parte ai suoi modelli per missioni di rilievo quotidiane. Bandirne l’importazione, dunque, significherebbe bloccare intere filiere operative.
Le alternative statunitensi non mancano, ma nessuna eguaglia l’equilibrio tra qualità, autonomia e semplicità d’uso dei prodotti DJI. Alcune startup come Skydio hanno ormai virato verso applicazioni militari, lasciando un vuoto nel mercato consumer. L’unico tentativo concreto di riempirlo arriva dal progetto Insta360/Antigravity A1, ma è ancora in fase embrionale.
Strategie d’aggiramento e nuove ombre
Consapevole del rischio, DJI avrebbe provato a introdurre i propri prodotti negli USA con marchi secondari, come Xtra per le videocamere e Skyrover per i droni. Una manovra che potrebbe durare poco: la Federal Communications Commission (FCC) ha già facoltà di bloccarli qualora emergessero analogie con i modelli originali.
Nel frattempo, le dogane americane hanno già cominciato a fermare container provenienti dalla Cina, sostenendo — anche qui senza prove pubbliche — che l’azienda impieghi lavoro forzato nelle sue catene produttive. Il risultato è che i più recenti modelli, come il Mavic 4 Pro o il Mini 5 Pro, non hanno mai visto il mercato statunitense.
