C’è il colpo di scena, anche su qualcosa che la storia aveva consegnato all’uomo come assunto incontrovertibile. Stando a quanto rivelato da uno studio pubblicato sulla rivista Archaeometry, la Sindone di Torino non avvolse nessun corpo vero. Stiamo parlando del lenzuolo che, secondo quanto tramandato dalla tradizione religiosa, avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione. Sono infatti state condotte delle analisi di modellazione tridimensionale ad opera di Cicero Moraes che hanno portato ad una conclusione finale: l’immagine impressa sul telo non è compatibile con un vero corpo umano, ma con una scultura a bassorilievo.
Le simulazioni: corpo umano vs bassorilievo
Moraes ha impiegato software avanzati di modellazione 3D per simulare due scenari distinti. Nel primo, ha adagiato un telo virtuale su un corpo umano digitale; nel secondo, lo stesso tessuto è stato posto sopra una sagoma rigida e piatta, come un bassorilievo in legno, pietra o metallo. Il risultato è stato chiaro: solo il secondo esperimento ha generato proporzioni e dettagli coerenti con quelli presenti sulla Sindone. La simulazione con il corpo umano ha invece evidenziato distorsioni che non corrispondono all’immagine sindonica.
“La nostra analisi mostra che l’immagine è compatibile con una matrice piatta, pigmentata o riscaldata solo nelle zone a contatto”, ha dichiarato Moraes. L’ipotesi è che si tratti di una rappresentazione artificiale, e non di un’impronta lasciata da un corpo reale.
Una teoria già diffusa nella comunità scientifica
Per quanto sorprendente agli occhi del grande pubblico, la tesi non è nuova tra gli studiosi. Andrea Nicolotti, docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Torino, ha sottolineato come le incongruenze anatomiche – ad esempio le braccia eccessivamente lunghe – fossero già note dal XVII secolo. “Da secoli sappiamo che quella figura non può derivare dal contatto con un corpo tridimensionale”, ha commentato.
Lo stesso Nicolotti riconosce il valore divulgativo del lavoro di Moraes, pur senza considerarlo una scoperta rivoluzionaria. Il contributo più rilevante, secondo gli esperti, è l’utilizzo di strumenti digitali accessibili e replicabiliper visualizzare concetti che spesso faticano a farsi spazio nell’immaginario collettivo.

