Mercurio

Mercurio è il pianeta più interno del Sistema solare e, dunque, è anche quello più vicino al Sole. è il pianeta più piccolo e la sua orbita è anche la più eccentrica degli otto pianeti. Sulla superficie di particolare pianeta del Sistema solare sono presenti numerosi crateri alcuni dei quali possono superare anche i 200 km e, in questo caso, prendono il nome di bacini. Proprio nei crateri di Mercurio, soprattutto in quelli giovani, alcuni scienziati hanno evidenziato la presenza di anomalie magnetiche.

A descrivere questa straordinaria scoperta è uno studio pubblicato sulle pagine della prestigiosa rivista Geophysical Research Letters. La ricerca in questione riporta la firma di un team di scienziati dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) coordinati da Valentina Galluzzi. Nello specifico, i ricercatori hanno analizzato il campo magnetico crostale di Mercurio. Durante le loro dettagliate analisi, essi hanno concentrato la loro attenzione su due anomalie individuate proprio in corrispondenza di due crateri di recente formazione.

Mercurio: i suoi elementi magnetici derivano da impattori

La cosa più interessante, è che tali anomalie, pur corrispondendo a questi crateri presenti sulla superficie di Mercurio, non sono perfettamente centrate su di essi anzi, sarebbero addirittura asimmetriche. La crosta di pianeti rocciosi può contenere elementi magnetici in grado di far registrare il campo magnetico locale. Però, è noto ormai da parecchi anni che la crosta di Mercurio è povera di tali elementi come, ad esempio, il ferro. Per tale ragione, gli scienziati hanno voluto capire se queste anomalie rilevate nei crateri di Mercurio fossero dovute agli elementi ferromagnetici portati da impattori. Per riuscire a verificare questa loro ipotesi, essi hanno condotto un’analisi della dinamica di impatto di un meteorite.

Così, da questa analisi, i ricercatori italiani hanno potuto dimostrare che non solo sulla Luna, ma anche su Mercurio, gli elementi ferromagnetici presenti non derivano dalla crosta del pianeta stesso, ma dalla fusione di un impattore con la sua superficie. Si tratta di una scoperta davvero incredibile e che, come hanno detto gli scienziati, si accompagnerà ad altri dati che in futuro arriveranno dalla missione BepiColombo.

FONTEGeophysical Research Letters