Le app native su Windows 11 stanno tornando protagoniste, e stavolta non si tratta di un annuncio vago o di una promessa da keynote. Microsoft ha deciso di cambiare rotta dopo anni in cui le applicazioni basate su tecnologie Web hanno dominato la scena, portandosi dietro però problemi concreti di prestazioni e consumo di risorse che ormai sono diventati difficili da ignorare.
Il Microsoft Store oggi è decisamente più maturo rispetto al passato, supporta più framework e funziona come canale centrale per la distribuzione delle applicazioni. Eppure, proprio questa apertura ha finito per favorire un’invasione di app ibride che, nella pratica quotidiana, mostrano il fiato corto. Soprattutto su macchine consumer con 8 GB di RAM, che restano la configurazione più diffusa.
Negli ultimi anni, Microsoft aveva incoraggiato gli sviluppatori a portare le proprie applicazioni su Windows 11 senza imporre vincoli tecnologici particolarmente rigidi. Il risultato? Un boom di app costruite come Progressive Web App (PWA) oppure con wrapper basati su WebView2 o framework come Electron. Sulla carta i vantaggi erano evidenti: sviluppo più rapido, codice condiviso tra piattaforme, manutenzione più semplice. Nella realtà, però, i problemi si toccano con mano ogni giorno.
Basta guardare due nomi che tutti conoscono. WhatsApp, nella versione basata su WebView2, può arrivare a consumare centinaia di megabyte di RAM anche quando non viene usata attivamente. Discord, costruita su Electron, supera facilmente diversi gigabyte durante sessioni prolungate. Ogni istanza si porta dietro un motore Chromium completo, con un peso che le app native eviterebbero senza alcuno sforzo. Le PWA funzionano bene quando il servizio è prevalentemente online, ma appena devono replicare comportamenti tipici di un’applicazione desktop (gestione offline avanzata, accesso profondo al file system, integrazione con notifiche e processi in background) la distanza rispetto al codice nativo diventa fin troppo evidente.
Microsoft fa sul serio: team dedicati e dichiarazioni nette
Non sono solo impressioni. Le dichiarazioni di figure tecniche di primo piano dentro Microsoft tracciano una linea molto precisa: ridurre la dipendenza dai componenti Web e tornare a una base più vicina al sistema operativo.
David Fowler, Distinguished Engineer legato allo sviluppo di .NET e ASP.NET Core, ha sintetizzato la posizione con una frase che lascia poco spazio alle interpretazioni: “native apps are back”. Non è un’opinione personale buttata lì su un social: riflette un orientamento interno che riguarda proprio Windows 11, dove molte applicazioni native erano state progressivamente sostituite da wrapper Web.
Rudy Huyn, Partner Architect coinvolto nello sviluppo dello Store e di Esplora file, ha confermato la creazione di un team dedicato alla realizzazione di applicazioni “100% native”. La scelta è stata esplicita: niente WebView, niente componenti Web nascosti, ma utilizzo diretto di framework nativi come WinUI. Lette insieme, queste due dichiarazioni delineano una strategia chiara: prima sistemare le applicazioni interne, poi influenzare l’intero ecosistema.
I primi segnali tecnici sono già visibili. Alcune parti del sistema operativo stanno abbandonando implementazioni basate su React o componenti Web per tornare a soluzioni costruite con WinUI. Il menu Start è il caso più emblematico: la migrazione in corso punta a ridurre latenza e consumo di memoria, migliorando la reattività percepita. Queste modifiche rientrano tra le 25 novità confermate per Windows 11 che Redmond introdurrà entro la fine del 2026.
Anche Copilot, basata su componenti Web, mostra consumi che fanno riflettere: centinaia di megabyte in background e fino a circa 1 GB durante l’uso attivo. Il paradosso è abbastanza clamoroso: l’azienda che promuove le tecnologie Web per lo sviluppo multipiattaforma si ritrova a fare i conti con gli stessi identici limiti che affliggono gli sviluppatori esterni.
.NET 10 e Native AOT: la base tecnica per il ritorno al nativo
Un cambio di direzione del genere non può reggersi solo su buone intenzioni. Serve una base tecnologica solida, e qui entra in gioco .NET 10 con un elemento chiave: Native AOT. Si tratta di una tecnica di compilazione anticipata che trasforma il codice dell’applicazione direttamente in codice nativo, eseguibile dalla macchina senza passaggi intermedi.
In pratica si ottiene un file binario autonomo che non dipende dal compilatore JIT (il sistema che normalmente traduce il codice durante l’esecuzione). Il risultato è un avvio più veloce, un ingombro ridotto e un consumo di memoria sensibilmente inferiore. I benefici sono particolarmente evidenti su dispositivi con risorse limitate. Va detto che Native AOT non si adatta a ogni scenario: alcune funzionalità dinamiche tipiche di .NET, come la generazione di codice a runtime, richiedono modifiche o non sono pienamente compatibili. Però per molte applicazioni desktop rappresenta un miglioramento significativo.
La sfida vera resta convincere gli sviluppatori. In tanti hanno investito su stack cross platform per ridurre costi e tempi, e tornare a un approccio nativo implica una revisione delle priorità. Microsoft dovrà giocare su più livelli: strumenti migliori, esempi concreti e soprattutto applicazioni proprietarie che dimostrino i benefici nella pratica. Se le app native su Windows 11 si apriranno più velocemente e consumeranno meno risorse, il messaggio arriverà forte e chiaro. Perché alla fine chi usa il computer non valuta il framework: valuta l’esperienza.