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Volkswagen, Blume chiede all’Europa una svolta su CO₂ e Cina

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Il 2027 sarà un anno decisivo per l’industria automobilistica europea, perché è proprio allora che verranno fatti i conti sulle emissioni medie dei costruttori e chi avrà superato i limiti dovrà pagare. In questo clima Volkswagen ha deciso di farsi sentire con forza. Il suo amministratore delegato Oliver Blume ha dichiarato che “ora è il momento di fissare la rotta giusta per il Made in Europe, la normativa sulla CO₂ e il commercio con la Cina“. Il tutto mentre i regolatori spingono sulla produzione locale e lasciano ancora la porta aperta alle auto cinesi con motore termico.

Le parole del manager sono arrivate in un annuncio diffuso poco prima del Salone dell’Automobile di Parigi, che aprirà i battenti la prossima settimana. Il gruppo tedesco ha colto l’occasione per comunicare che organizzerà tavole rotonde e interventi dedicati al futuro del settore. Blume ha voluto chiarire subito la linea, sostenendo che l’Europa ha tutto ciò che serve per continuare a essere economicamente vincente grazie alla sua forza industriale, alle competenze tecnologiche e a una enorme capacità di innovazione. Ha poi ribadito che il gruppo resta saldamente radicato nel continente, considerato casa, centro di innovazione e pilastro della propria ambizione di lungo periodo, e che punta a una stretta collaborazione tra imprese e politica.

Volkswagen: una tempesta perfetta tra tagli, dazi e concorrenza cinese

Insistere sul legame con l’Europa non è una scelta casuale. Queste dichiarazioni arrivano mentre il colosso di Wolfsburg è nel pieno di un piano di riduzione dei costi che prevede fino a 100.000 licenziamenti e ha messo in dubbio il futuro di quattro stabilimenti tedeschi. Anche la sorte di Seat è incerta, dato che il marchio spagnolo è stato indicato come destinato a uno spegnimento silenzioso in meno di quattro anni. Volkswagen attribuisce questa ristrutturazione alle pressioni europee per accelerare il passaggio all’elettrico e alla concorrenza cinese sempre più aggressiva. Le elettriche importate dalla Cina pagano infatti i dazi, mentre quelle con motore a combustione no. Il paradosso è evidente, visto che i costruttori cinesi si sfidano sul prezzo con ibride plug in e tradizionali mentre un modello del gruppo come Cupra Tavascan deve versare i dazi perché prodotto proprio in Cina.

A complicare il quadro c’è il mercato cinese stesso, dove le auto europee hanno perso appeal. Audi ha dovuto cambiare immagine e i prodotti che vende laggiù non sono nemmeno suoi, mentre Porsche è crollata perché più l’auto era costosa e redditizia, più il calo ha fatto male. Così Volkswagen spinge per nuove barriere commerciali contro le ibride cinesi, un’ipotesi di cui si parla da tempo ma che resta sospesa soprattutto per il timore di possibili ritorsioni economiche da parte di Pechino.

Emissioni, nuovi modelli e la sfida del Made in Europe

Sul fronte delle emissioni l’Unione Europea aveva fissato obiettivi che nel 2025 erano stati giudicati irrealistici. La regola prevedeva una multa di 95 euro per ogni grammo oltre i 95,6 grammi di CO₂ per chilometro, moltiplicata per ogni auto venduta. Sforare di 10 grammi vendendo un milione di vetture avrebbe significato 950 milioni di euro di sanzione, e Volkswagen nel 2025 ha venduto quasi quattro milioni di auto in Europa. Alla fine dell’anno scorso il settore ha ottenuto una boccata d’ossigeno. Dopo il 2035 si potranno ancora vendere auto termiche in numeri molto limitati e a condizioni severe, e soprattutto la media verrà calcolata sulle vendite complessive dal 2025 al 2027. Per questo il prossimo anno sarà cruciale per compensare gli eccessi del 2025 e del 2026.

Il gruppo arriva allo sprint finale puntando su Volkswagen ID.Polo, Cupra Raval e Skoda Epiq, le sue proposte più accessibili per spingere le vendite, abbassare le emissioni e ridurre una multa che appare molto probabile. Nel frattempo però ha dovuto cedere a un’azienda cinese metà della società con cui voleva produrre batterie a Sagunto, in provincia di Valencia, segno che servono liquidità e competenze per produrre in fretta e con la massima affidabilità. Resta poi il nodo del Made in Europe. Bruxelles chiede soluzioni a zero emissioni e vuole che la produzione rimanga nel continente, ma fabbricare in Europa comporta costi energetici e del lavoro molto più alti.

Da qui la richiesta di maggiore protezionismo da parte di Volkswagen, mentre l’Unione premia chi produce localmente con incentivi all’acquisto tramite fondi come il Piano Auto+. Renault ha però già fatto notare che anche producendo in Europa la dipendenza dalla Cina rimane enorme.

Fonte: TecnoAndroid

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