Le tombe nel deserto sudanese sono rimaste nascoste per oltre cinquemila anni, e ci sono voluti i satelliti per riportarle alla luce. Nel deserto di Atbai, una fascia di terra arida che separa il Nilo dal Mar Rosso, un gruppo di archeologi ha individuato centinaia di monumenti funerari risalenti a un’epoca lontanissima, segni concreti di una civiltà che gli storici avevano sempre considerato poco più di un punto di passaggio. E invece no.
Quando si parla di Africa antica, il pensiero corre subito all’Antico Egitto, a Ramses, a Cleopatra. Più indietro, ma comunque studiata a fondo, c’è la Nubia, regno meno noto al grande pubblico ma di sicuro non ignorato dalla ricerca. In mezzo, però, c’era questo deserto che tutti pensavano servisse solo per attraversarlo. La scoperta delle tombe di Atbai rovescia l’idea.
Cosa hanno trovato sotto la sabbia
Il gruppo internazionale ha identificato ben 280 monumenti funerari in pietra sparsi nel deserto. Di questi se ne conoscevano appena 20, quindi 260 sono effettivamente inediti. L’insieme è stato battezzato Atbai Enclosure Burials e la sua costruzione si colloca probabilmente tra il 4500 e il 2500 avanti Cristo. Si tratta di grandi recinti di forma circolare o ovale, delimitati da muri spessi realizzati con la pietra del posto. I diametri vanno dai cinque metri degli esemplari più piccoli fino agli 82 metri di quelli più imponenti.
Dentro sono spuntati resti umani ma anche di bovini, ovini e caprini. E qui le cose si fanno interessanti, perché la disposizione interna racconta qualcosa sulla disuguaglianza sociale di quei popoli. In diversi casi c’è una sepoltura centrale che domina la struttura, con altri corpi e animali sistemati tutt’intorno. La tomba con il corredo funebre più ricco conteneva i resti di circa 18 mucche. Una specie di status symbol dell’epoca.
Questo dettaglio cambia la prospettiva. Il deserto di Atbai non era terra di nessuno tra l’Egitto e il Mar Rosso, ma la casa di popoli pastori con una loro identità precisa. Una società stratificata, dove la ricchezza si mostrava attraverso i riti, queste pietre e il bestiame, esattamente come accadeva nelle regioni vicine.
Il ruolo dei satelliti e quello che ancora manca
Il merito della scoperta va alla teledetezione satellitare. Gli archeologi della Macquarie University, dell’unità di ricerca francese HiSoMA e dell’Accademia Polacca delle Scienze hanno mappato mille chilometri di deserto nel Sudan orientale a caccia di indizi. Perché tanta fatica per evitare di scavare sul campo? Semplice: in Sudan c’è un conflitto armato che rende il lavoro diretto sul terreno potenzialmente letale.
Le immagini dall’alto hanno svelato anche reti fittissime di sentieri antichi, scolpiti nel paesaggio dal passaggio ripetuto del bestiame tra le zone di pascolo e le fonti d’acqua. Una traccia visibile dell’attività pastorale legata ai siti funerari. Quindi non solo dove seppellivano i morti, ma anche i percorsi che facevano da vivi.
C’è un contesto climatico da tenere presente. I monumenti furono probabilmente costruiti durante il declino del Periodo Umido Africano, quando quella zona del nordest dell’Africa passava da condizioni più umide all’aridità. All’epoca il deserto non era affatto un deserto: c’erano vegetazione e fonti d’acqua, seppur stagionali. Con l’inasprirsi del clima, il pascolo delle mucche divenne più complicato e così i greggi vennero adattati: pecore, capre e infine cammelli.