Ci sono carriere che sembrano scritte apposta per smentire chiunque abbia mai provato a mettere un’etichetta su una persona, e quella di Sylvester Stallone è forse l’esempio più clamoroso. Cinquantotto anni di lavoro, tre candidature agli Oscar e una manciata di personaggi che hanno cambiato per sempre il volto del cinema d’azione. Ieri, 6 luglio, questa legenda spegne 80 candeline. Un traguardo che arriva mentre lui è ancora sulla cresta dell’onda, cosa non affatto scontata per chi ha iniziato mezzo secolo fa.
Da usciere di cinema a icona di Hollywood
Prima di diventare Rocky Balboa, Stallone campava alla giornata. Faceva l’usciere in un cinema, puliva la gabbia dei leoni allo zoo, viveva praticamente in miseria. Poi arrivò l’idea. Guardando un incontro tra Muhammad Ali e Chuck Wepner buttò giù una sceneggiatura in tre giorni e mezzo. La vendette agli studios, ma qui viene il bello: quando gli offrirono 314.465 euro per il solo copione, senza di lui protagonista, disse di no. Era affamato, letteralmente, eppure rifiutò. Voleva essere lui a interpretare quel pugile.
Da quella scommessa nacque Rocky, e poi altri cinque film della saga più i tre di Creed, di cui però non conserva un gran ricordo. Curiosamente, secondo lui il capolavoro resta Rocky Balboa, il sesto capitolo del 2006, quello che parla di lutto e di rinascita quando nessuno credeva più che potesse tornare a vestire quei panni. L’altra grande creatura è Rambo. Un ruolo rifiutato da tanti attori prima di lui, che Stallone rimaneggiò da cima a fondo. Non un killer impazzito, ma una vittima tragica in cerca di accettazione. Da lì in poi il modello del cinema d’azione moderno sarebbe stato quello.
Il ragazzino destinato alla sedia elettrica
Sylvester Gardenzio Stallone è nato il 6 luglio 1946 a Hell’s Kitchen, cuore di Manhattan, in una famiglia per metà americana e per metà italiana. L’orientatore scolastico gli disse presto che sarebbe potuto diventare al massimo aiuto elettricista o addetto agli ascensori, poco altro. Alle superiori i compagni lo votarono addirittura come “il più propenso a finire sulla sedia elettrica”. Un’infanzia complicata: un padre intimidatorio, una madre segnata da abusi subiti in orfanotrofio e incapace di mostrare affetto. Case famiglia, ben 13 scuole da cui venne espulso e infine un collegio militare. La fantasia, in tutto questo, fu il suo unico rifugio.
Forse proprio per quel passato turbolento, Stallone ha sempre preso il suo mestiere maledettamente sul serio. Oltre a Rocky e Rambo, ci sono titoli molto apprezzati dalla critica. Uno su tutti Cop Land, thriller del 1997 diretto da James Mangold, dove interpreta uno sceriffo di contea alle prese con il caso di un poliziotto che uccide a colpi di pistola un paio di adolescenti.
Gli inizi sono stati durissimi, ma la sua carriera è piena di primati. Il più clamoroso riguarda la longevità: detiene il record di aver recitato in un film numero uno al botteghino in ognuno degli ultimi sei decenni. Detta così sembra poco, ma restare rilevanti col passare degli anni è roba per pochissimi. E arriva agli 80 anni in un ottimo momento professionale. Oggi ha addirittura un suo universo televisivo. Nel 2022 ha lanciato Tulsa King, dramma criminale in cui veste i panni di un boss della mafia americana appena uscito di prigione. C’è pure uno spin off in arrivo, Frisco King, con Samuel L. Jackson.