Il railgun è tornato a occupare un posto di primo piano nella corsa alle armi di nuova generazione, e stavolta a farsi notare è l’Europa. Si tratta di un cannone che accelera un proiettile a velocità altissime usando soltanto energia elettrica, senza polvere da sparo o altri propellenti chimici. Un’idea che sembra uscita da un film di fantascienza, eppure sempre più concreta. Il Giappone aveva già mostrato qualcosa di simile, e adesso non è più l’unico a muoversi su questo terreno.
Nel grande calderone delle tecnologie belliche più avanzate ci sono droni autonomi, missili ipersonici e armi laser che fino a poco tempo fa sembravano pura immaginazione. Il railgun rientra a pieno titolo in questa categoria, affascinante e inquietante allo stesso tempo. Il motivo dell’interesse è semplice. Un’arma così potrebbe, almeno sulla carta, colpire missili ipersonici, veicoli di rientro manovrabili e altri bersagli difficilissimi da intercettare. E c’è di più. Togliere di mezzo il propellente significa abbattere i costi delle munizioni e rendere più sicura la gestione degli armamenti.
Il primo test europeo riuscito al poligono di Baldersheim
Il passo avanti porta la firma del French-German Research Institute of Saint-Louis, meglio noto come ISL, che ha portato a termine con successo il primo lancio in volo libero del proprio railgun presso il poligono di Baldersheim. Per ora si parla di un test durato appena pochi millisecondi, ma resta comunque un inizio che dice molto sulle ambizioni europee in questo campo. Esiste anche un video che documenta la prova.
Ma come funziona davvero questa tecnologia? Il meccanismo è tanto semplice da spiegare quanto complesso da realizzare. Due rotaie metalliche vengono attraversate da una corrente elettrica enorme che genera un intenso campo magnetico. È proprio questa forza elettromagnetica a spingere il proiettile lungo la canna, portandolo a velocità estreme. In sostanza l’energia elettrica prende il posto dell’esplosione chimica che caratterizza i cannoni tradizionali.
Le difficoltà da superare, però, non mancano. C’è la richiesta di energia spaventosa, poi l’usura delle rotaie metalliche che si consumano a ogni colpo, e infine l’integrazione con i sistemi di guida e controllo del tiro. Tutti nodi ancora da sciogliere. La nuova infrastruttura permetterà comunque ai ricercatori di aumentare gradualmente la potenza dei lanci e di studiare come si comportano i proiettili su distanze via via maggiori. Un lavoro lungo, fatto di piccoli passi, ma che segna l’ingresso concreto dell’Europa in una partita tecnologica che fino a poco tempo fa sembrava riservata a pochi.