Gli occhiali smart vengono raccontati da anni come la grande svolta del decennio nel mondo consumer, forse l’unica capace di muovere davvero i mercati dai tempi dei primi smartphone. E qualcosa in effetti sta succedendo. Solo che non fila tutto liscio come veniva promesso. L’idea di catturare ciò che accade intorno semplicemente guardandolo sembrava destinata a diventare una delle prossime tappe naturali della tecnologia personale. È esattamente quello che questi dispositivi permettono, aggiungendoci pure funzioni di intelligenza artificiale sempre più avanzate. Peccato che una nuova analisi segnali l’arrivo di un ostacolo diverso, di natura tutta sociale.
Negli ultimi mesi pare che un numero crescente di persone stia scegliendo di non indossare più gli occhiali intelligenti di Meta. Il motivo non c’entra con la qualità del prodotto. C’entra con la paura di essere percepiti come invasivi, o addirittura come una minaccia. Chi possiede un paio di Ray-Ban Meta e viaggia parecchio probabilmente conosce bene questa sensazione. Esistono posti, interi paesi, dove le fotocamere e i dispositivi simili vengono guardati con sospetto, quando non apertamente osteggiati.
Creator e fotografi che rinunciano, ecco cosa raccontano
Diversi creator, fotografi e videomaker hanno spiegato di aver ridotto in modo netto l’uso di questi occhiali. Qualcuno li tiene ormai solo tra le mura di casa. Altri li hanno proprio messi da parte. Il punto critico è sempre lo stesso, quella fotocamera pronta a registrare in qualsiasi momento. Basta la sua presenza a far scattare il sospetto, anche quando chi la indossa la sta usando nel modo più corretto e trasparente possibile.
C’è poi la questione dei contesti. In certi luoghi il gesto di fotografare o filmare è già di per sé delicato, figurarsi farlo con un dispositivo che nessuno riesce a distinguere da un normale paio di lenti da vista o da sole. Chi lo indossa si ritrova nella posizione scomoda di dover continuamente giustificare le proprie intenzioni, oppure di evitare del tutto la situazione. Ed è così che uno strumento pensato per rendere tutto più immediato finisce per generare imbarazzo e distanza.
La riflessione che emerge sposta l’attenzione dove raramente viene messa. Non sul chip, non sull’autonomia, non sulla qualità delle immagini. Ma sul rapporto tra chi indossa questi dispositivi e chi gli sta intorno. Perché per quanto sofisticata possa diventare la tecnologia, resta il fatto che accettare di essere potenzialmente ripresi in ogni momento è una faccenda che riguarda le persone, non i componenti elettronici. E su questo fronte gli occhiali smart hanno ancora parecchia strada da fare, ben oltre le specifiche tecniche.