C’è un momento preciso in cui capisci di avere un problema. Per me è arrivato una sera, verso le undici, mentre guardavo il consumo del rack in taverna e mi rendevo conto che tenere acceso ventiquattro ore su ventiquattro un muletto vero, con dentro un Ryzen desktop, per fare due cose in croce (un paio di container, il monitoraggio, un backup notturno) era una follia energetica. Serviva qualcosa di piccolo. Silenzioso. Che scaldasse poco e mangiasse ancora meno. E soprattutto che non mi costringesse a un mutuo in bolletta.
Da lì è partita la caccia, ed è finita su questo NiPoGi Pinova P2 con a bordo il chiacchierato AMD Ryzen Embedded R2544, 16 GB di RAM e un SSD da 256 GB. Sulla carta un mini PC da ufficio “esclusivo del 2026”. Nella pratica, beh, un po’ di verità e un po’ di marketing, come sempre. Ma andiamo con ordine.
Ci ho lavorato per due settimane buone, spostandolo dalla scrivania alla mensola sotto la TV, poi dietro un monitor, poi di nuovo in taverna come server. L’ho stressato, l’ho ignorato, l’ho lasciato acceso di notte per vedere come si comportava a mente fredda. E alla fine della fiera un’idea me la sono fatta, netta. Non è la macchina che ti cambia la vita, sia chiaro. Ma per certe cose, mica male. Anzi, per una cosa in particolare è quasi perfetto, e ci arrivo tra poco. Attualmente è possibile acquistarlo su Amazon Italia.
Apertura della scatola e primo impatto
Scatola piccola, marrone, essenziale. Nessuna scenografia da prodotto premium, ma d’altronde qui si parla di un dispositivo che costa quanto un paio di gomme per la Formentor, non pretendiamo il velluto.
Dentro trovi il minipc, l’alimentatore esterno da 19V/3.42A con connettore standard 5,5 x 2,1 mm (quello classico, se lo perdi lo ricompri per pochi euro e amen), la staffa VESA con le sue viti, un cavo HDMI e il manualetto. E qui la prima nota di merito: il cavo HDMI incluso non è scontato in questa fascia, tanti produttori te lo fanno mancare per risparmiare due lire. Peccato manchi il cavo DisplayPort e quello USB-C, che se parti da zero per il triplo schermo dovrai procurarti a parte. Piccolezza, ma va detta.
La staffa VESA in dotazione è la cosa che ho apprezzato di più aprendo la confezione, e lo dico da uno che odia i cavi a vista. Ci ho messo cinque minuti a montarlo dietro un monitor e a farlo sparire. Sparito. Non lo vedi più, non lo senti, esiste e basta. Che poi è esattamente quello che vuoi da un aggeggio del genere.
Prime impressioni in mano? Leggero, sui 400 grammi scarsi, plasticoso ma non cheap. Il logo a forma di ala sul coperchio è una civetteria che potevano risparmiarsi, però non stona. Insomma, un unboxing onesto. Niente wow, niente delusioni. Il giusto per quello che paghi.
Design e costruzione
Parliamoci chiaro: un mini PC non lo compri per l’estetica. Lo compri perché deve sparire. E da questo punto di vista il lavoro è fatto bene.
Le misure sono quelle del quadratino classico della categoria, 12,8 x 12,8 x 4,4 cm, sta nel palmo di una mano e occupa sul tavolo meno di un sottobicchiere abbondante. La scocca è in plastica ABS argentata con finitura opaca, che è una scelta furba: non trattiene le impronte come farebbe un pianoforte lucido, e dopo due settimane sulla mensola accanto al divano (dove Anubi passa e sfiora tutto con la coda) non aveva un alone che fosse uno. Le prese d’aria sono ricavate sui fianchi, con quelle scanalature che servono a smaltire il calore senza dover montare ventole aggressive.
La sensazione al tatto è quella di un oggetto costruito per durare, non per stupire. Nessuno scricchiolio quando lo stringi, gli incastri sono precisi, il peso è distribuito bene. Sotto ci sono i piedini in gomma e, soprattutto, le viti accessibili: significa che per aprirlo e mettere le mani sulla RAM o su un secondo SSD non ti serve la laurea in ingegneria né una ventosa da smartphone. Svolti quattro viti e sei dentro. Per uno come me, che vive di manutenzione hardware, questa è una carezza.
C’è da dire una cosa, però. Il case è tutto plastica, e sotto sforzo prolungato il coperchio superiore si scalda in modo percepibile. Nulla di preoccupante, ci torno nella parte sui test, ma se ti aspetti l’alluminio massiccio da workstation, guarda altrove. Qui siamo nel territorio del “fa il suo dovere e costa poco”, e la scocca lo racconta onestamente. A conti fatti mi sta bene così. Preferisco un chilo di plastica ben fatta a mezzo chilo di alluminio che vibra.
Scheda tecnica
Ecco i numeri messi in fila, senza fronzoli e senza voci inutili.
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Processore | AMD Ryzen Embedded R2544 (4 core / 8 thread) |
| Architettura | Zen+ “Picasso”, 12 nm |
| Frequenza | Base 3,35 GHz, boost fino a 3,7 GHz |
| Cache L3 | 4 MB |
| Grafica | AMD Radeon Vega 8 (8 CU, ~1,3 GHz) |
| Memoria | 16 GB DDR4 (2 slot SO-DIMM, espandibile a 32 GB) |
| Archiviazione | SSD M.2 2280 da 256 GB (2 slot, fino a 4 TB totali) |
| Uscite video | HDMI 2.0 + DisplayPort 1.4 + USB-C (DP alt mode) |
| Triplo display | Fino a 3 schermi 4K @ 60 Hz |
| Porte USB | 2x USB 3.2 Gen2 Type-A (10 Gbps), 4x USB 3.2 Gen1 Type-A (5 Gbps), 1x USB-C 3.2 Gen2 |
| Rete | Gigabit LAN RJ45, Wi-Fi 5, Bluetooth 4.2 |
| Audio | Jack combo 3,5 mm |
| Sistema operativo | Windows 11 Pro preinstallato |
| Alimentazione | Adattatore esterno 19V / 3,42A |
| Dimensioni | 12,8 x 12,8 x 4,4 cm |
| Extra | Staffa VESA inclusa, Auto Power On, Wake on LAN, RTC Wake |
Il cuore: quella CPU “embedded” e la Vega 8
Ora, la parte interessante. E anche quella dove serve un po’ di onestà intellettuale, perché il marketing qui gioca sporco.
Il processore si chiama Ryzen Embedded R2544, e la sigla da sola non dice niente a nessuno, il che è esattamente lo scopo. Ammetto che all’inizio mi ha incuriosito: un nome che non avevo mai visto, presentato come chip “esclusivo del 2026”. Poi sono andato a scavare, come faccio sempre, e la realtà è meno luccicante. Si tratta di una CPU della famiglia Ryzen Embedded R2000, architettura Zen+ a 12 nanometri, uscita a fine 2022. Roba pensata per il mondo industriale: chioschi, cartellonistica digitale, thin client, apparati che devono restare accesi per anni senza fare capricci. Non è un chip nuovo. È un chip affidabile riciclato con un nome nuovo. Sfumatura importante.
Detto questo (e detto che il “esclusivo del 2026” è una furbata), il pacchetto ha una sua logica. Quattro core e otto thread, con quel supporto SMT che fa la differenza nel multitasking rispetto ai piccoli chip a quattro thread veri. La frequenza arriva a 3,7 GHz in boost, i 4 MB di cache L3 aiutano nella reattività, e la grafica integrata è una Radeon Vega 8 con otto unità di calcolo, un gradino sopra le Vega 6 che trovi sui fratelli minori.
NiPoGi dichiara che va “circa il 35% più veloce” di chip come il 3500U o certi i3 di qualche anno fa. Sarò onesto: prendetela con le molle. Nel mondo reale questo processore gioca nel campionato degli i3 desktop a basso consumo di un paio di generazioni fa. Cioè: per il pacchetto Office, il browser con venti schede, lo streaming, le videochiamate e un po’ di gestione file, vola. Per il resto (montaggio video serio, rendering, gaming vero) non è nato per quello e non fingerà mai il contrario. La Vega 8 gestisce benissimo la decodifica dei codec moderni, H.264 e H.265 in 4K senza scatti, ma se pensi di giocarci a qualcosa di recente, ecco, no. Retrogaming, emulazione, titoli vecchiotti a dettagli bassi, quello sì. Il resto è chiedere a un utilitaria di fare la pista.
Consumi e vita da acceso h24
E qui torniamo al motivo per cui l’ho preso in mano in primo luogo. Ricordate il discorso della bolletta? Ecco.
La efficienza energetica è la vera ragione d’esistere di questa macchinetta, più delle prestazioni. A riposo, con Windows che gira e qualche servizio in background, il consumo che ho misurato alla presa balla intorno ai 6-8 watt. Sei watt. Una lampadina LED. In uso da ufficio, quindi browser, documenti aperti, qualcosa in riproduzione, sale in una forbice più realistica di 15-25 watt. Solo spingendolo davvero al massimo, con tutti i core sotto carico contemporaneo, l’ho visto arrampicarsi verso i 40 e passa watt, sempre restando nei limiti di quel TDP configurabile che sulla carta NiPoGi dichiara a 28 W.
Cosa significa nella vita vera? Che tenerlo acceso ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, ha un impatto sulla bolletta talmente ridicolo da essere quasi impercettibile. Per uno che ha già una Renault Zoe in garage e una certa fissa per i consumi bassi, è musica. Ho fatto due conti a spanne e, ai prezzi attuali dell’energia, farlo girare non-stop per un mese costa meno di un caffè al bar a settimana. Su questo punto, chapeau.
Non c’è una batteria, ovviamente, è un desktop. Quindi il concetto di “autonomia” qui non esiste. Ma esiste la funzione Auto Power On, che ti permette di configurarlo perché si accenda da solo appena riceve corrente. Un dettaglio che sembra nulla e invece cambia la vita a chi lo vuole usare come server sempre pronto: salta la corrente, torna, e lui si riaccende da solo senza che tu debba andare a schiacciare niente. Per un box nascosto in taverna, oro colato.
Prova sul campo
Passiamo alle mani sporche, che è la parte che mi diverte di più.
Primo giorno, uso da scrivania. L’ho collegato al monitor principale e messo alla frusta con il mio carico tipico da lavoro: due finestre di browser con una ventina di schede l’una (documentazione, WordPress admin di più siti, la dashboard di Plesk in una scheda perché non stacco mai davvero), un client di posta, un editor di codice aperto, un paio di terminali SSH verso i server, e in sottofondo la musica. Onestamente? Non ha battuto ciglio. Quei 16 GB di RAM fanno il lavoro pesante qui, tenendo tutto in memoria senza che Windows debba impazzire a swappare. Nessuno di quei micro-scatti del puntatore che ti fanno venire voglia di lanciare il PC dalla finestra, tipici dei muletti da quattro soldi con le CPU Intel entry.
Il terzo giorno l’ho spostato in salotto, sotto la TV, per provarlo come centro multimediale. E qui si è tolto qualche soddisfazione. Riproduzione 4K da YouTube, dallo streaming, dai file locali: fluida, pulita, senza tentennamenti. La Vega 8 macina i codec pesanti come niente, e il fatto che sia silenzioso lo rende perfetto per il divano. Una sera, mentre finivo di cenare, ho lasciato partire un film in 4K con Dafne appisolata sul tappeto: la ventola non l’ho mai sentita coprire l’audio, e Dafne, che ha un udito da cecchino e si sveglia se apro il frigo dall’altra stanza, non ha alzato un orecchio. Test canino superato.
Poi c’è stata la fase server, quella che mi interessava sul serio. L’ho riportato in taverna, gli ho messo su un ambiente Linux in dual boot per giocare, e l’ho usato per far girare qualche container Docker leggero, il monitoraggio di rete e un paio di servizietti casalinghi. Acceso in continuazione per giorni, temperatura stabile, zero crash, consumi da formica. È in questo ruolo che il Pinova mi ha convinto di più, e non è un caso: è letteralmente il mestiere per cui quel chip embedded è stato progettato.
Cosa non ho potuto testare a fondo, per onestà: non l’ho spinto per settimane su carichi da server di produzione veri, quindi sull’affidabilità a lungo termine sotto stress continuo devo sospendere il giudizio. Servirebbe più tempo. Ma nelle due settimane in cui l’ho tenuto sotto torchio, non un singolo intoppo. E credetemi, di solito qualcosa che non va lo trovo sempre.
Approfondimenti
Il triplo 4K, nella pratica
Il cavallo di battaglia del marketing è il triplo display 4K a 60 Hz, e per una volta la promessa è mantenuta sul serio. Grazie alle tre uscite (HDMI 2.0, DisplayPort 1.4 e la USB-C con DisplayPort alternate mode) puoi davvero pilotare tre pannelli 4K contemporaneamente. Non è un dettaglio scontato in questa fascia, anzi, è raro trovarlo su macchine così economiche.
Ho provato con due monitor collegati insieme, uno via HDMI e uno via DP, e la scrivania si è allargata di colpo. Per chi lavora con tante finestre, fogli di calcolo affiancati, o vuole un setup da postazione multitasking, è una manna. Attenzione a un paio di cose però. La porta USB-C fa video ma non fa Power Delivery, quindi non alimenta un monitor portatile né ricarica altro. E i cavi DP e USB-C non sono in confezione, come dicevo. Ti trovi il terzo schermo teoricamente disponibile ma pratico da collegare solo se hai i cavi giusti nel cassetto. Piccola trappola logistica, niente di grave, ma sappilo prima.
Windows 11 Pro, avvio e software di troppo
Arriva con Windows 11 Pro già installato e, cosa non banale con certi produttori, con licenza attiva e regolare. L’avvio a freddo è rapido, intorno ai quindici secondi dal pulsante al desktop pronto. Niente attese bibliche, niente quel senso di melassa dei PC lenti.
Il bloatware è contenuto. Ci sono un paio di utility proprietarie del produttore che, francamente, ho disinstallato al volo senza rimpianti, ma non c’è quella valanga di spazzatura preinstallata che ti tocca ripulire per mezz’ora. Un consiglio spassionato, da chi ci è cascato: durante la primissima configurazione, non collegarti subito a internet. Completa il setup di Windows offline e connettiti solo dopo. Su queste macchine capita che collegare la rete a metà installazione crei qualche grattacapo. Fai la configurazione con calma, poi accendi il Wi-Fi. Ringrazierai.
RAM e SSD: quanto puoi crescere
Uno dei punti che mi fa apprezzare questi mini PC è che non sono scatole sigillate. Qui hai due slot SO-DIMM per la RAM, con i 16 GB di serie che puoi portare fino a 32, e due slot M.2 2280 per lo storage, uno compatibile SATA e NVMe PCIe 3.0, l’altro NVMe, con la possibilità di arrivare a 4 TB complessivi.
Ed è qui che casca l’asino, ma in senso buono: i 256 GB di serie sono pochini. Diciamocelo. Windows 11 da solo si mangia una fetta importante, e se ci butti dentro qualche programma e un po’ di file, lo riempi in fretta. Per un uso da ufficio puro o da thin client va benissimo. Per chiunque abbia una libreria multimediale o voglia tenerci roba, il primo upgrade che farei, a occhi chiusi, è un secondo SSD più capiente nello slot libero. Costa poco, si monta in cinque minuti (ricordate le viti accessibili?) e risolve l’unico vero limite di dotazione della macchina. Insomma, il potenziale c’è tutto, basta metterci mano.
Porte, LAN e wireless: dov’è generoso e dove no
Sul fronte connessioni fisiche, la dotazione è abbondante. Sette porte USB in totale, di cui due Type-A a 10 Gbps e una USB-C veloce, più la LAN Gigabit cablata che per un server o un HTPC è quello che vuoi (il cavo batte il wireless in stabilità, sempre). Trasferire file da un disco esterno è rapido, i dischi vengono riconosciuti al volo, tutto liscio.
Dove invece il progetto mostra l’età è nel wireless. Qui c’è Wi-Fi 5 e Bluetooth 4.2, e nel 2026 sono due specifiche vecchiotte. Il Wi-Fi 5 nella pratica regge, in condizioni buone ti dà quasi un gigabit e per lo streaming e la navigazione non ti accorgi di nulla. Ma un Wi-Fi 6 avrebbe fatto la differenza in ambienti affollati di segnali. Il Bluetooth 4.2 poi è proprio datato: funziona per una tastiera, un mouse, un paio di cuffie, ma non aspettarti miracoli di stabilità o portata. C’è anche da dire una cosa letta in giro e che ha senso: in ambienti con muri spessi o molte interferenze (e la mia villa di muri portanti ne ha), il segnale Wi-Fi può calare. Nel mio caso ho risolto alla radice usando il cavo di rete, che per un box always-on è comunque la scelta giusta. Ma se lo vuoi appeso dietro una TV lontana dal router, mettilo in conto.
Come server domestico e HTPC: il suo habitat naturale
Se dovessi dire a chi consiglierei questa macchina con gli occhi chiusi, la risposta sarebbe una sola: a chi cerca un box a bassissimo consumo da tenere sempre acceso. Server domestico, NAS improvvisato, media center in salotto, macchina per la domotica che deve orchestrare tutto senza spegnersi mai.
Il perché è tutto nel DNA embedded del chip, che è nato esattamente per questo: stabilità, consumi prevedibili, funzionamento h24 per anni. Le funzioni Auto Power On, Wake on LAN e RTC Wake completano il quadro: puoi accenderlo da remoto, programmarlo, farlo ripartire da solo dopo un blackout. Ci ho fatto girare Docker con qualche servizio, un pannello di monitoraggio, e ha macinato tutto restando freddo e muto. Per uno che di lavoro fa il sistemista e amministra server veri tutto il giorno, avere un giocattolino del genere in casa per gli esperimenti a costo energetico nullo è una piccola gioia quotidiana. Qui non è un ripiego: è proprio la sua strada maestra.
Rumore e temperature
La ventola c’è ed è attiva, ma nella stragrande maggioranza degli utilizzi resta impercettibile. In ufficio, in salotto, durante la navigazione e lo streaming, non la senti proprio. Solo quando lo carichi a fondo per parecchi minuti si desta un ronzio leggero, quel soffio discreto che senti solo se avvicini l’orecchio o se in stanza c’è silenzio totale. Non diventa mai fastidioso, non fischia, non ha quei picchi isterici di certi dissipatori mal fatti.
Sulle temperature, come dicevo, il coperchio di plastica si scalda in modo percepibile sotto sforzo prolungato. Niente di allarmante, il sistema regge senza throttling evidente nei miei test, ma se lo chiudi in un mobiletto senza ricircolo d’aria fai un pensiero alla ventilazione. In verticale con la staffa VESA, all’aria aperta dietro un monitor, non ho avuto il minimo problema. Alla fin fine si comporta da bravo minipc: caldo quanto basta, silenzioso quanto serve.
Funzioni e piccole comodità
Al di là delle specifiche crude, ci sono un paio di funzioni che meritano una riga perché sono quelle che nell’uso quotidiano fanno la differenza tra “carino” e “utile davvero”.
La prima l’ho già citata ma la ripeto perché è la mia preferita: Auto Power On. Configuri il BIOS perché all’arrivo della corrente il PC si accenda automaticamente, e da quel momento hai un box che non ha bisogno di te. Blackout, manutenzione elettrica, stacchi la ciabatta per sbaglio: torna la corrente, torna il server. Zero interventi.
Poi c’è il Wake on LAN, che per chi gestisce la macchina da remoto è comodissimo: la svegli via rete quando ti serve e la lasci dormire il resto del tempo. E il RTC Wake, che permette di programmarne l’accensione a orari prestabiliti, utile se lo usi per backup notturni o compiti schedulati. Sono tutte funzioni ereditate dal mondo industriale da cui viene il chip, e si vede: sono pensate per apparati che devono lavorare da soli. Il supporto ufficiale, poi, dichiara compatibilità con Linux e Ubuntu oltre a Windows, e nel mio test in dual boot non ho incontrato ostacoli. Chi lo vuole come musetto Linux può stare tranquillo.
Pregi e difetti

Riassumo secco, come piace a me, senza girarci intorno.
Cosa mi è piaciuto:
- Consumi bassissimi, da 6-8 W a riposo: perfetto per un utilizzo acceso ventiquattr’ore su ventiquattro senza sensi di colpa in bolletta.
- Silenziosità reale nell’uso normale, al punto che il cane più diffidente della casa non se ne accorge.
- Triplo 4K a 60 Hz che funziona sul serio, con tre uscite video vere e diverse tra loro.
- Espandibilità concreta: due slot RAM e due slot SSD, apribile in cinque minuti con quattro viti.
- Windows 11 Pro con licenza regolare, staffa VESA e cavo HDMI già in confezione.
Cosa non mi ha convinto:
- I 256 GB di SSD sono pochi: il primo upgrade quasi obbligato per chi ci vuole tenere qualcosa.
- Wi-Fi 5 e Bluetooth 4.2 datati nel 2026, con segnale wireless che può calare tra muri spessi.
- Il marketing gonfia parecchio: la CPU “esclusiva del 2026” è in realtà un chip embedded del 2022, buono ma non nuovo.
- USB-C senza Power Delivery e cavi DP/USB-C non inclusi: il terzo schermo lo colleghi solo se hai i cavi tuoi.
- Nome commerciale confuso: lo stesso “P2” gira con processori diversi, e sono girate segnalazioni di unità arrivate con CPU o versione di Windows non conformi alla descrizione. Controlla sempre alla consegna cosa hai davvero tra le mani.
Prezzo e posizionamento
Veniamo ai soldi, che è dove si decide tutto. La versione con il Ryzen R2544, 16 GB e 256 GB si trova in giro in una forbice che, a seconda di dove guardi e delle promozioni del momento, oscilla intorno ai 230-270 euro, con qualche listino più gonfiato che sfiora i 300 e offerte periodiche che scendono ben sotto. Lo street price, insomma, è sensibilmente più ballerino del prezzo di vetrina, quindi conviene aspettare il momento buono.
Vale la spesa? Dipende da cosa cerchi, come sempre. Se lo vedi come un PC da lavoro tuttofare, ci sono configurazioni con chip più recenti che a poco di più ti danno di più, ed è giusto saperlo. Ma se lo inquadri per quello che è davvero, ossia un box a bassissimo consumo per stare acceso sempre, come server casalingo, media center o postazione da ufficio essenziale, allora il conto torna. Ci metti dentro un secondo SSD, magari porti la RAM a 32 GB, e ti ritrovi una macchina silenziosa e parca che fa il suo lavoro per anni senza lamentarsi. A quel prezzo, con quei consumi, per quell’uso, è una spesa che si giustifica da sola.
Attualmente è possibile acquistarlo su Amazon Italia.
Tirando le somme
Dopo due settimane, il verdetto me lo sono chiarito in testa. Il NiPoGi Pinova P2 non è la macchina che sceglierei per lavorarci otto ore filate su carichi pesanti, e non è il regalo tech che fa spalancare gli occhi. Ma è un piccolo, onesto, efficientissimo mulo da soma silenzioso, e in quel ruolo mi ha davvero conquistato.
Lo consiglio a chi vuole un box always-on senza pensieri: sistemisti curiosi, appassionati di domotica, chi cerca un media center per il salotto o un ufficio domestico sobrio. Lo sconsiglio a chi cerca potenza bruta, a chi gioca, a chi monta video, e a chi non ha voglia di infilarci subito un SSD più grande. Il suo scenario perfetto? Nascosto dietro un monitor o su una mensola in taverna, acceso giorno e notte, che macina il suo compito consumando quanto una lampadina, mentre tu ti dimentichi che esiste.
Ed è forse il complimento più sincero che si possa fare a un oggetto del genere: il miglior mini PC è quello che smetti di notare. Questo, dopo qualche giorno, l’avevo già dimenticato lì. Che poi era esattamente quello che volevo.





