C’è un uomo che con la memoria ci lavora, ci gareggia, ci vince premi. E oggi lancia un messaggio che suona come un campanello d’allarme per tutti quanti. Nelson Dellis, sei volte campione statunitense di memoria e detentore di due Guinness World Record, è convinto che affidare troppo alla tecnologia stia lentamente indebolendo il nostro cervello e, con esso, qualcosa di ancora più profondo, la nostra stessa identità.
Il concetto di fondo è semplice ma spiazzante. Più deleghiamo, meno alleniamo. E la memoria, esattamente come un muscolo, se non viene usata perde tono. Dellis parla proprio di questo, del rischio di ritrovarci con la testa piena di informazioni che in realtà non abbiamo mai davvero fatto nostre, perché stanno da un’altra parte, dentro un dispositivo che le custodisce al posto nostro.
Nelson Dellis: un avvertimento nato da una storia personale
Non è una teoria costruita a tavolino. Dietro le parole di Dellis c’è una vicenda che lo tocca da vicino, quella della nonna Josephine. La donna venne colpita dalla malattia di Alzheimer, e Dellis ha visto con i propri occhi cosa significa perdere pezzi di sé un frammento alla volta. Nomi che svaniscono, volti che diventano estranei, episodi di famiglia che si dissolvono nel nulla. Fino al punto più doloroso, il legame con il nipote che a poco a poco si spezza.
Da quell’esperienza è nata la sua ossessione, se così vogliamo chiamarla, per l’allenamento della mente. Non un semplice esercizio da campioni, ma qualcosa che riguarda chiunque. Perché i ricordi non sono solo dati archiviati da qualche parte, sono ciò che ci rende quello che siamo, il filo che tiene insieme la nostra storia personale.
Perché delegare tutto alla tecnologia può costare caro
Il ragionamento di Dellis punta il dito su un’abitudine ormai diffusa. Numeri di telefono che nessuno ricorda più a memoria, appuntamenti affidati interamente alle notifiche, informazioni cercate al volo invece di essere assimilate. Ogni volta che scegliamo la scorciatoia, spiega, rinunciamo a un pezzetto di quel lavoro mentale che tiene il cervello in forma.
Il punto non è demonizzare gli strumenti, sia chiaro. Nessuno propone di tornare all’agenda cartacea o di imparare a memoria interi elenchi. Il messaggio è più sottile e riguarda l’equilibrio. Allenare la memoria significa mantenere viva una capacità che ci appartiene da sempre, e che rischiamo di lasciar arrugginire senza nemmeno accorgercene.
Per un uomo che ha trasformato la capacità di ricordare in una disciplina sportiva, la posta in gioco va ben oltre le competizioni e i record. Si tratta di preservare qualcosa di intimo e insostituibile. La consapevolezza che quei ricordi, i nostri, meritano di essere tenuti stretti e non semplicemente parcheggiati altrove, in attesa che qualcosa o qualcuno li conservi al posto nostro.