Lindows è il nome di un sistema operativo che, agli inizi degli anni Duemila, provò a fare qualcosa che allora sembrava quasi impossibile: unire il mondo di Linux a quello di Windows. Il desktop computing stava cambiando pelle. Windows XP si preparava a consolidare il dominio di Microsoft sui personal computer, mentre Linux cercava spazio anche fuori dagli ambienti più tecnici. Il problema più ostico restava sempre lo stesso, la compatibilità software. Chi pensava di passare a Linux si trovava davanti una domanda scomoda: e tutte le applicazioni nate per Windows, come si usano? In un’epoca lontana dalla virtualizzazione moderna, una piccola azienda californiana decise di affrontare la cosa di petto.
L’iniziativa partì nel 2001, in un mercato dominato dai sistemi Microsoft e con pochissimo software multipiattaforma in circolazione. Quello che oggi diamo per scontato, come far girare programmi Windows tramite Wine oppure usare piattaforme come Proton per il gaming, allora muoveva i primi passi. Lindows tentò di anticipare una direzione che il settore avrebbe esplorato per decenni.
L’idea che voleva abbattere la barriera principale di Linux
Dietro il progetto c’era Michael Robertson, imprenditore già conosciuto per l’esperienza con MP3.com. L’obiettivo era tosto: offrire una distribuzione Linux capace di eseguire applicazioni Windows senza obbligare l’utente a imparare strumenti complicati o a rinunciare ai programmi di tutti i giorni. Lindows partiva da Debian e usava Wine come livello di compatibilità. Sulla carta funzionava, ma nel 2001 Wine era acerbo e il supporto alle API Windows risultava parecchio incompleto.
Robertson non lo vedeva come un giochino per smanettoni. Voleva portarlo nei negozi, sui computer preassemblati, dentro le case della gente. E per un periodo ci riuscì pure: alcuni PC con Lindows preinstallato finirono sul mercato statunitense, compresi modelli venduti tramite Walmart. Uno dei tentativi più concreti di proporre Linux come alternativa diretta a Windows al grande pubblico.
Solo che la realtà tecnica presentò il conto. Eseguire applicazioni Windows significa replicare migliaia di comportamenti, librerie e chiamate di sistema. Molti programmi dipendono da componenti specifici o da versioni precise delle API. E i problemi non riguardavano solo i software professionali: anche applicazioni semplici mostravano anomalie grafiche o grane con driver e periferiche.
Click-N-Run e la battaglia legale sul marchio
Uno degli aspetti più curiosi della storia riguarda Click-N-Run, abbreviato in CNR. Quando la gestione dei pacchetti Linux era ancora poco intuitiva, questo servizio permetteva di installare applicazioni con pochi clic, sfogliando un catalogo senza toccare la riga di comando. Un’idea arrivata anni prima dell’esplosione degli app store: quando Apple lanciò l’App Store per iPhone nel 2008, quel concetto sarebbe diventato familiare a milioni di persone. Lindows ci aveva visto giusto, solo con troppo anticipo.
Poi ci fu la faccenda del nome. Microsoft ritenne Lindows troppo vicino a Windows e avviò una lunga serie di cause negli Stati Uniti e altrove, sostenendo che il marchio creasse confusione. La difesa però costruì una tesi affilata: la parola “windows” non era un’invenzione esclusiva di Microsoft, ma descriveva un concetto generale delle interfacce grafiche, usato da molti sistemi prima ancora di Windows 1.0. Alcuni tribunali statunitensi si mostrarono aperti all’idea che il termine potesse essere generico. Per Microsoft diventò un rischio reale.
Venti milioni per una lettera di differenza
Dopo circa due anni e mezzo di scontri in aula, Microsoft chiuse la disputa con un accordo globale. L’azienda sborsò circa 20 milioni di dollari, vale a dire poco più di 18 milioni di euro, ottenendo il controllo del marchio Lindows e la fine del suo uso commerciale. Lindows accettò di abbandonare quel nome e di cambiare completamente brand. Una cifra che fece rumore, perché non si comprava una tecnologia rivoluzionaria né un brevetto fondamentale: Microsoft stava semplicemente proteggendo il suo marchio più prezioso.
Dopo l’intesa, il sistema operativo cambiò nome e diventò Linspire. La filosofia si spostò dalla compatibilità diretta con Windows verso la semplificazione dell’esperienza Linux e la distribuzione delle app tramite CNR. Negli anni Linspire ha attraversato acquisizioni e trasformazioni, esiste ancora in forme diverse, ma il suo valore storico resta. Lindows non mantenne tutte le promesse, eppure individuò problemi veri provando a risolverli con largo anticipo sul mercato.
A 25 anni di distanza, quell’idea sembra molto meno folle di allora. Wine resta il principale livello di compatibilità per far girare applicazioni Windows su Linux e ha raggiunto un’affidabilità impensabile ai tempi. Buona parte del merito va al lavoro congiunto di Valve e CodeWeavers: il primo ha reso Linux credibile per il gaming con Proton e Steam Deck, la seconda fornisce gran parte dello sviluppo che finisce in Wine e nello stesso Proton. L’arrivo di Proton nel 2018, arricchito da componenti come DXVK e VKD3D-Proton, ha cambiato ancora le carte, traducendo le API DirectX verso Vulkan e portando migliaia di giochi Windows su Linux.
Accanto a tutto questo spuntano approcci diversi. Un esempio interessante è WinBoat, che ribalta la logica di Wine. Invece di replicare le API Windows, esegue una copia reale di Windows in una macchina virtuale basata su KVM e container Docker o Podman, integrando poi le singole applicazioni nel desktop Linux tramite RemoteApp e FreeRDP. L’utente vede Word o Excel come normali finestre Linux, mentre in background gira un’istanza Windows nascosta. Serve una licenza e più risorse, ma la compatibilità sale parecchio perché il software gira davvero nel suo ambiente. La domanda a cui Robertson cercava risposta nel 2001 è rimasta la stessa, sono cambiati gli strumenti per affrontarla.