Parlare con i defunti tramite IA è diventato uno di quei fenomeni che affascinano e insieme mettono un po’ di inquietudine addosso. Uno studio arrivato dagli Stati Uniti prova a fare chiarezza su cosa succede davvero quando qualcuno decide di dialogare con una copia digitale di una persona che non c’è più. E il quadro che emerge non è affatto banale, perché il conforto che queste tecnologie riescono a offrire porta con sé un rovescio della medaglia niente male.
Cosa dice la ricerca americana
La ricerca in questione arriva dall’Università del Colorado Boulder e affronta un tema che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato roba da film di fantascienza. Le cosiddette repliche AI dei defunti, cioè simulazioni digitali costruite a partire dai dati e dalle caratteristiche di chi è venuto a mancare, stanno diventando qualcosa di concreto. E stando a quanto emerso, molte persone che ci hanno interagito hanno descritto l’esperienza come profondamente soddisfacente.
C’è chi ha trovato un momento di pace, chi ha potuto dire cose rimaste in sospeso, chi semplicemente ha voluto sentire di nuovo quella voce o quel modo di parlare. Il punto interessante è proprio questo, il fatto che l’intelligenza artificiale riesca a ricreare qualcosa di così intimo da toccare corde emotive molto profonde. Non è un dettaglio da poco, considerando quanto il lutto sia una delle esperienze più complicate da attraversare.
Il rischio della dipendenza emotiva
Il vero campanello d’allarme, però, riguarda un altro aspetto. Secondo lo studio la maggior parte dei partecipanti rischierebbe di sviluppare una vera e propria dipendenza emotiva nei confronti di queste simulazioni. In pratica, quello che nasce come uno strumento di conforto potrebbe trasformarsi in qualcosa da cui diventa difficile staccarsi.
Il meccanismo è abbastanza comprensibile se ci si pensa un attimo. Poter tornare a parlare con qualcuno che si è amato, anche se in forma artificiale, crea un legame che può risultare quasi impossibile da interrompere. E qui sta il nodo delicato, perché il processo di elaborazione del lutto passa proprio dall’accettazione di una perdita. Se la tecnologia offre l’illusione di una presenza continua, quel percorso rischia di bloccarsi o di allungarsi in modo malsano.
Non si tratta di demonizzare la simulazione AI in sé, quanto di capire dove finisce il beneficio e dove inizia il problema. Gli autori dello studio invitano a guardare a questo tipo di applicazioni con occhio critico, senza farsi trascinare solo dall’entusiasmo per ciò che la tecnologia oggi permette di fare. Il conforto immediato c’è, questo nessuno lo mette in dubbio. Ma la ricerca suggerisce che gli effetti a lungo termine vadano valutati con molta più attenzione di quanta se ne stia dedicando adesso.
Il tema tocca corde etiche e psicologiche insieme, e mette sul tavolo domande che riguardano tutti. Fino a che punto è giusto usare la tecnologia per riempire un vuoto lasciato da una persona reale? La linea tra sollievo e ossessione appare più sottile di quanto si possa immaginare, e lo studio del Colorado Boulder ha il merito di averla resa un po’ più visibile.