La prima cosa che ho notato, tirandolo fuori dalla scatola una sera tardi in cucina, non è stata l’estetica. È stato il tessuto 3D-knit. Ci passi il pollice sopra e ha quella grana morbida, un po’ calda, che ti aspetteresti da un cuscino di design più che da un altoparlante. Anubi si è avvicinato ad annusarlo, l’ha guardato un secondo e se n’è andato. Verdetto canino: innocuo. Verdetto mio, dopo due settimane abbondanti di convivenza: molto più interessante di così.
Perché il Google Home Speaker non è il solito aggiornamento di gamma. È il primo dispositivo audio che Google costruisce attorno a Gemini for Home, il nuovo assistente vocale che manda in pensione il vecchio Google Assistant. E qui sta il punto vero, quello che cambia le carte: non compri un altoparlante che ha imparato due comandi nuovi. Compri un microfono intelligente che ogni tanto suona anche della musica. Detta così sembra una critica, e in parte lo è. Ma è anche il motivo per cui questo coso mi ha tenuto compagnia molto più del previsto.
Chi dovrebbe drizzare le orecchie? Chi già vive dentro l’ecosistema Google, chi ha casa piena di dispositivi smart e si è stufato di dover pronunciare la frase perfetta per accendere una luce. Chi cerca un vero impianto audio, invece, farebbe bene a tenere le aspettative basse. Ci arrivo. Prima lasciate che vi racconti com’è stato viverci insieme, tra la mia villa alle porte di Guidonia, due cani che si intromettono in ogni conversazione e una rete mesh che ho dovuto riconfigurare apposta. Attualmente è disponibile sul sito ufficiale di Unieuro.
Apertura della scatola
Confezione compatta, cartone riciclato, nessuna plastica a vista. Google su questo fronte è coerente da anni e si vede. Dentro trovi lo speaker avvolto in un sacchetto di carta morbida, il cavo di alimentazione e un libretto sottile che, ammettiamolo, nessuno leggerà mai. E niente. Fine.
C’è però un dettaglio che mi ha fatto storcere il naso subito, prima ancora di collegarlo. Il cavo di alimentazione USB-C è fisso, integrato nella scocca. Non lo stacchi. Se un domani si rovina, o se ti serve qualche centimetro in più per raggiungere la presa, sei fregato. Sulla mia scrivania in studio la lunghezza bastava appena, e ho dovuto spostare una ciabatta. Piccola cosa? Sì. Però su un prodotto che vuole diventare un mobile fisso di casa, la trovo una scelta miope. C’è da dire che anche altri produttori fanno lo stesso, quindi mica è un peccato originale solo di Google. Resta un fastidio.

La dotazione, insomma, è quella essenziale e nulla più. Nessun accessorio, nessuna sorpresa, nessun adattatore. Per il prezzo a cui viene venduto in Italia mi sarei aspettato forse un gesto in più, anche solo un cavo removibile. Ma il grosso dell’esperienza, come vedremo, non sta in quello che c’è nella scatola. Sta in quello che succede dopo che lo accendi.
Design e costruzione
La forma è quella di una sfera leggermente schiacciata, un orb morbido che sta nel palmo di una mano. Circa 8,6 cm di altezza per 10,7 cm di diametro: sul comodino non ingombra, sul ripiano della cucina si dimentica. L’esemplare che mi è arrivato in redazione è quello in grigio creta, una tinta neutra che si sposa con tutto, e onestamente ci ha messo cinque minuti a diventare invisibile in mezzo agli altri oggetti. In Italia le colorazioni disponibili sono appunto il grigio creta e il Porcelain, con il verde matcha che compare su alcuni listini.
Torniamo al tessuto, perché merita. Quella maglia 3D-knit non è solo estetica: al tatto è la cosa più riuscita di tutto il progetto industriale. Calda, fitta, con una trama che ricorda certe sneaker premium. Ci sono affezionato più di quanto vorrei ammettere. Sotto, alla base, corre un anello luminoso discreto che si accende quando l’assistente ascolta, pensa o risponde, cambiando colore a seconda dello stato. È una soluzione elegante, meno invadente delle spie frontali dei vecchi modelli, e la sera fa una scena morbida che non disturba.

Controlli fisici? Praticamente assenti, e qui la scommessa è tutta sul tocco. Un colpetto sopra mette in pausa la musica, un tocco ai lati regola il volume, con delle piccole spie bianche che ti guidano al punto giusto. Funziona, dopo un po’ di pratica, anche se le prime volte ho toccato a vuoto un paio di occasioni. L’unico vero pulsante è dietro: l’interruttore fisico del microfono, quello che taglia la corrente ai tre microfoni far-field e fa diventare arancione l’anello. Su un dispositivo sempre in ascolto, sapere che c’è uno switch hardware e non solo una spunta software cambia parecchio la percezione. Ne riparlo, il tema privacy qui è centrale.
Qualità costruttiva generale: solida, densa al punto giusto, senza scricchiolii. Peso ben distribuito, base gommata che non scivola. Sembra un oggetto pensato per restare, non per essere sostituito tra un anno. Peccato solo per quel cavo.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Assistente vocale | Gemini for Home |
| Processore | Quad-core ARM Cortex-A55 a 2,0 GHz con NPU dedicata |
| Memoria | 1 GB LPDDR4 |
| Storage | 4 GB eMMC |
| Driver audio | Full-range da 58 mm, suono a 360 gradi |
| Microfoni | 3 far-field con interruttore hardware di disattivazione |
| Wi-Fi | Wi-Fi 6 (802.11ax) dual band |
| Bluetooth | 5.4 |
| Thread | 1.3 con funzione border router (hub Matter) |
| Alimentazione | Cavo USB-C integrato (solo alimentazione) |
| Rivestimento | Tessuto 3D-knit, materiali sostenibili |
| Dimensioni | Circa 8,6 x 10,7 cm |
| Colori (Italia) | Grigio creta, Porcelain |
| Home theater | Coppia stereo con Google TV Streamer, Dolby Atmos e audio spaziale |
| Prezzo di listino | 119,99 euro |
Hardware e componentistica
Sotto quel tessuto morbido batte un cuore che, per una volta, ha una logica precisa. Il processore è un quad-core ARM Cortex-A55 a 2,0 GHz affiancato da una NPU dedicata, con 1 GB di RAM LPDDR4 e 4 GB di storage eMMC. Numeri che da soli non dicono granché, lo so. Ma quella NPU è il motivo per cui buona parte dell’elaborazione vocale avviene direttamente sul dispositivo, in locale, senza dover fare il viaggio andata e ritorno verso i server di Google per ogni singola richiesta.
E si sente, questa cosa. Da sviluppatore ci ho fatto caso quasi subito: la latenza sui comandi base è bassissima, roba sotto i cento millisecondi dichiarati che nella pratica si traduce in un “acceso” quasi istantaneo. Il modello Gemini Nano gira sul chip e per le operazioni quotidiane, timer, luci, volume, non serve nemmeno che la richiesta esca di casa. Tu lo capisci dal ritmo della conversazione: non c’è quel mezzo secondo di attesa che ti faceva dubitare di aver parlato nel vuoto.
Sul fronte audio la scelta è più discutibile. Un solo driver full-range da 58 mm che spara a 360 gradi. Facciamo un passo indietro un attimo: il predecessore Nest Audio montava un woofer da 75 mm più un tweeter dedicato da 19 mm. Qui, di fatto, metà dell’hardware acustico. La famosa promessa del “driver doppio e bassi 2,5 volte più potenti” è misurata contro il Nest Mini del 2019, non contro il Nest Audio. Traduco: rispetto al mini-puck è un salto, rispetto al fratello maggiore ora defunto è un passo indietro sul suono puro. La componentistica racconta chiaramente dove Google ha speso i soldi, e non è stato sull’altoparlante.
Poi c’è la parte che a me, con la casa infarcita di dispositivi, interessa di più: il Thread 1.3 con border router integrato. In pratica questo lo rende un hub Matter a tutti gli effetti, capace di far dialogare luci, sensori e serrature compatibili senza bisogno di una centralina separata. Wi-Fi 6 dual band e Bluetooth 5.4 completano il quadro. Sulla mia rete mesh TP-Link Deco, dove tengo l’IoT su un segmento separato dal resto, l’ho agganciato senza intoppi. Anzi, che sia anche border router mi ha tolto un pensiero.
Software e app companion
Qui il discorso si fa a due facce. Da un lato c’è Gemini for Home, che è la vera rivoluzione, e ne parlo diffusamente più avanti. Dall’altro c’è l’app Google Home, che resta il centro di comando di tutto, e che ancora oggi non è esente da difetti. Sarò onesto: durante la configurazione un paio di volte l’app si è impuntata, mi ha chiesto di ripetere l’associazione, una volta ha perso il dispositivo dalla lista per poi ritrovarlo da solo dopo un riavvio. Nulla di drammatico, ma quel senso di “lavoro ancora in corso” c’è, e non sono il solo ad averlo notato in giro.
L’app gestisce le stanze, i gruppi di altoparlanti, le routine, la selezione della voce tra le dieci nuove disponibili e le impostazioni di privacy. C’è anche un equalizzatore, se così vogliamo chiamarlo: due slider, uno per i bassi e uno per gli alti. Spartano. E con un dettaglio irritante: quando muovi uno slider, la modifica ci mette un paio di secondi ad applicarsi, tanto che all’inizio pensavo non funzionasse affatto. Piccolezze, ma su un prodotto 2026 te le aspetteresti più rodate.
Una cosa che mi ha fatto sorridere, e non in senso buono: quelle regolazioni audio non puoi chiederle a voce. Ci ho provato più volte, con frasi diverse. Niente. Per un dispositivo che fa della conversazione naturale la sua bandiera, doverti aprire l’app col telefono per alzare i bassi è un controsenso divertente. Mi spiego meglio: puoi chiedergli di ragionare su un problema complesso, ma non di dare due decibel in più al basso. Curioso, no?
Sul fronte delle routine e delle automazioni, invece, l’app fa il suo dovere. Puoi impostare sequenze che si attivano a un comando o a un orario, gruppi di luci, scenari per il risveglio o per la sera. Ho ricreato la mia solita routine serale in pochi minuti, e da lì in poi è bastata una frase per farla partire. Google ha dichiarato migliaia di correzioni e miglioramenti su Gemini for Home negli ultimi mesi, e in effetti il sistema riceve aggiornamenti con una certa frequenza, cosa che lascia ben sperare per un prodotto ancora giovane. Il rovescio della medaglia è che, essendo in continua evoluzione, qualche comportamento cambia da una settimana all’altra e devi riadattarti. Nulla di grave, ma è la sensazione di un cantiere aperto che va detta.
Va segnalata anche l’integrazione con l’account Google e i servizi collegati: calendario, promemoria, liste, streaming musicale. Tutto passa da lì, il che è comodo se sei già dentro l’ecosistema e un filo vincolante se non lo sei. Nel mio caso, con calendario e servizi già tutti in orbita Google, l’ho trovato immediato. Chi arriva da un altro mondo digitale dovrà mettere in conto un po’ di lavoro iniziale di collegamento.
Reattività e prestazioni
Ho staccato apposta questo capitolo da quello sull’assistente, perché la velocità è una qualità a sé, e va detta a parte. Il terzo giorno di prova ho iniziato a cronometrarlo mentalmente, quasi per gioco, mentre preparavo la cena. “Ehi Google, timer da dodici minuti”: partito prima ancora che finissi la frase. “Abbassa le luci della cucina”: eseguito senza esitazione. La reattività è, a conti fatti, la cosa che più mi ha convinto sul piano puramente tecnico.
Merito, come dicevo, dell’elaborazione locale su Nano. Le richieste semplici non escono di casa e il risultato è un’interazione che finalmente sembra un dialogo e non un’interrogazione. C’è ancora quel micro-ritardo sulle domande complesse, quelle che richiedono ragionamento vero e quindi il cloud, ma è fisiologico e non dà fastidio. Sul quotidiano, la sensazione è di parlare con qualcosa di sveglio.

Non essendoci batteria, di autonomia non ha senso parlare: sta sempre attaccato alla presa. Il consumo energetico è quello tipico di questi dispositivi, contenuto, nulla che sposti l’ago della bolletta. Quello su cui vale la pena insistere è la stabilità nel tempo: in oltre due settimane non l’ho mai dovuto riavviare per lentezza, non si è mai impantanato, non ha mai avuto quei rallentamenti che ogni tanto colpivano il vecchio ecosistema. Sotto carico, con più comandi in fila, tiene botta. E questo, per un oggetto che deve stare acceso ventiquattr’ore su ventiquattro, conta parecchio.
Una nota da smanettone, visto che di mestiere sviluppo: mi sarebbe piaciuto avere qualche controllo in più sull’elaborazione, magari poter forzare certe operazioni in locale. Ma capisco che non è quel tipo di prodotto, e che l’utente medio di tutto questo non se ne fa nulla. Sul target giusto, la reattività è già oggi il suo asso.
Sul campo, tra cucina, cani e domotica
Arriviamo al dunque, alla parte che davvero mi interessava: come si comporta nella vita vera, quella disordinata, dove non parli mai con la frase perfetta. E qui il salto rispetto al vecchio assistente è enorme.
Partiamo dalla cucina, dove l’ho usato di più. Una sera stavo cucinando con le mani impiastricciate e ho buttato lì, senza pensarci: “Ehi Google, abbassa le luci, metti qualcosa di rilassante e fai partire un timer da venti minuti”. Tre comandi in un fiato solo, formulati male, con una pausa in mezzo. Li ha eseguiti tutti e tre. Nell’ordine giusto. La prima volta sono rimasto lì un secondo a fissarlo, tipo scemo. Con il vecchio Assistant avrei dovuto spezzare tutto in tre frasi separate e pregare.
Poi c’è la faccenda delle correzioni a metà frase, che è forse la cosa più umana di tutte. “Spegni la luce della camera, anzi no, quella del salotto”. Capito. Nessun errore, nessuna richiesta di ripetere. E la conversazione continua, che in italiano funziona davvero: dopo la risposta il microfono resta aperto qualche secondo, così puoi rilanciare senza ricominciare da capo con “Ehi Google”. Sembra una sciocchezza finché non ci fai l’abitudine. Poi tornare indietro diventa impensabile.
Ho provato anche il lato più chiacchierone, in cucina mentre non sapevo che pesci pigliare per cena. “Ho del pollo, delle zucchine e del riso, cosa ci faccio?” e mi ha proposto tre idee sensate, con la possibilità di chiedere “e senza forno?” ottenendo una variante al volo. In queste situazioni il dispositivo smette di essere un timer parlante e diventa qualcosa di utile. Devo dire che non me lo aspettavo così a suo agio con l’italiano parlato, comprese le mie frasi lasciate a metà.
Sul fronte domotica l’ho stressato per bene. Luci, prese smart, il termostato: gestione fluida, comandi condizionali (“tutte le luci tranne quella dello studio”) interpretati correttamente nella stragrande maggioranza dei casi. Qualche inciampo c’è stato, sia chiaro. Un paio di volte ha frainteso il nome di una stanza, una volta ha acceso la luce sbagliata. Su decine e decine di comandi, però, la percentuale di successo è alta, e comunque enormemente superiore a prima.
E i cani? Dafne, la pastore svizzero, la prima volta che l’anello si è illuminato di blu si è messa ad abbaiare. Anubi, più flemmatico, lo ignora. Nessuno dei due, per fortuna, è ancora riuscito ad attivarlo per sbaglio, cosa che temevo. La distanza di ascolto è buona: dall’altra parte del soggiorno mi sente, anche con la musica a volume medio. In condizioni d’uso tipiche, insomma, ci ho messo pochissimo a integrarlo nelle abitudini di casa. Che poi è la prova più vera che un oggetto del genere funziona: quando smetti di accorgertene.
Ho voluto testarlo anche sul terreno che gli è meno congeniale, la musica vera. Un pomeriggio, mentre sistemavo lo studio, l’ho tenuto acceso per un paio d’ore con generi diversi, dal rock a qualcosa di più acustico. Su brani semplici la resa è pulita e il volume, ripeto, riempie la stanza senza sforzo. Quando la traccia si affolla di strumenti, però, il suono si appiattisce e perde ordine. Sui podcast, invece, è un’altra storia: la voce è chiara, presente, ben intelligibile anche mentre l’acqua della pasta bolle e sbatto le stoviglie. Per l’ascolto parlato, che è poi quello che uno usa di più in cucina, va benissimo. Per la serata musica seria, no, e a questo punto della recensione non credo vi sorprenda.
La mattina è diventata il suo momento clou. Mi sveglio, e prima ancora di alzarmi chiedo il meteo e come sta messo il traffico verso Roma, così decido se prendere la Zoe o la Formentor a seconda di quanto sono in ritardo. Due domande in fila, con la conversazione continua che tiene aperto il filo. Poi giù in cucina, timer della moka, un’occhiata agli impegni. Piccole cose, ma è la fluidità con cui le incastra una dopo l’altra a fare la differenza. Non devo più fermarmi a pensare come formulare la richiesta. Parlo e basta, come parlerei a una persona ancora mezza addormentata quanto me.
Ultimo scenario, la portata dei microfoni nelle varie stanze. L’ho spostato dallo studio alla cucina al soggiorno per capire dove reggeva meglio. In ambienti chiusi e non enormi lavora bene, mi capta anche a qualche metro e con un rumore di fondo moderato. In una stanza grande e con la musica alta ho dovuto alzare un po’ la voce, ma nulla di anomalo per un dispositivo di questa categoria. Un dettaglio che ho apprezzato: se sei nel raggio di due speaker Nest diversi, di solito risponde quello più vicino a te, senza accavallamenti. Non sempre, ma quasi. E anche questo, nella vita di tutti i giorni, toglie attrito.
Comandi da provare: il bello di parlargli davvero
Il senso di Gemini for Home è che non devi più imparare la frase perfetta. Parli come parleresti a una persona, sbagli, ti correggi, concateni richieste. Ecco una manciata di comandi che vale la pena provare, quelli che fanno capire al volo cosa è cambiato. Alcuni sono utili, altri servono solo a divertirsi un po’.
Tutto in un fiato solo
La cosa che spiazza di più: infili più comandi in una frase sola e li esegue nell’ordine giusto.
- “Ehi Google, abbassa le luci del salotto, metti qualcosa di rilassante e fai partire un timer da venti minuti.”
- “Spegni tutte le luci tranne quella della camera e alza il volume di poco.”
- “Chiudi le tapparelle dello studio, imposta la sveglia alle 7 e dimmi che tempo fa domani.”
Correzioni al volo
Puoi cambiare idea a metà frase senza ricominciare da capo. Prima non era pensabile.
- “Accendi la luce della cucina, anzi no, quella dello studio.”
- “Metti un timer da dieci minuti, scusa, da venti.”
- “Spegni la macchina del caffè, volevo dire accendila.”
In cucina, quando non sai che pesci pigliare
Qui diventa un aiuto vero, soprattutto con le mani impiastricciate.
- “Ho del pollo, delle zucchine e del riso, cosa ci cucino? E senza forno?”
- “Quanti grammi sono due tazze di farina?”
- “Convertimi 400 gradi Fahrenheit in Celsius.”
- “Adatta la ricetta per due persone invece di quattro.”
Musica e podcast “a memoria”
Non serve sapere il titolo. Descrivi quello che ricordi e ci pensa lui.
- “Metti quella canzone che parla di una macchina rossa, non ricordo il titolo, è degli anni 80.”
- “Trovami un podcast di true crime, episodi corti, tono leggero.”
- “Fammi ascoltare qualcosa di simile a quello che sto sentendo adesso.”
- “Alza il volume di un pochino. No, un po’ di più.”
Chiacchierate con Gemini Live (richiede Google Home Premium)
Qui si apre il dialogo vero: interrompi, cambi argomento, chiedi approfondimenti. Si avvia così.
- “Ehi Google, parliamo un po’.”
- “Aiutami a organizzare un compleanno per dieci persone, budget contenuto.”
- “Spiegami la fotosintesi come se avessi otto anni.”
- “Ho un problema con il router che perde la connessione, proviamo a risolverlo insieme passo passo.”
Domande curiose e ragionamento
Le domande che prima ti facevano ottenere solo un “ecco cosa ho trovato sul web”.
- “Perché il cielo è blu? E di notte perché diventa scuro?”
- “Conviene partire ora per Roma o aspettare mezz’ora per evitare il traffico?”
- “Dammi tre idee per un regalo a chi pratica tiro con l’arco.”
Solo per divertirsi
E poi ci sono quelli che non servono a niente, ma strappano un sorriso. Provali.
- “Raccontami una barzelletta.”
- “Raccontami una storia della buonanotte con protagonista un cane di nome Anubi.”
- “Facciamo un quiz a tema musica anni 90.”
- “Testa o croce?” oppure “Tira un dado.”
- “Sorprendimi.”
Il lato smart della casa (funzioni Premium per le videocamere)
Se hai videocamere Nest compatibili e l’abbonamento attivo, la casa inizia a raccontarti cosa succede.
- “Il cancello sul retro è aperto?”
- “Il cane è salito sul divano mentre ero fuori?”
- “Riassumimi cosa è successo in casa questo pomeriggio.”
Approfondimenti
Qualità audio: onesto per la taglia, niente di più
Mettiamola così: se cercate un altoparlante che suoni bene, questo non è il vostro prodotto, e non per cattiveria mia. Con quel singolo driver da 58 mm il risultato è un suono pulito, ben distribuito nella stanza grazie ai 360 gradi, con un volume sorprendentemente generoso per la stazza. Riempie senza problemi il mio studio e regge anche il soggiorno per un ascolto di sottofondo. La musica “tranquilla”, voce e strumenti pochi, viene resa in modo pulito e piacevole.
Ma appena alzi la posta, appena chiedi separazione tra gli strumenti o un basso che senti nello stomaco, i limiti vengono a galla. Manca la profondità, manca il corpo. È un suono che va benissimo per la playlist mentre cucini o per il podcast della mattina, meno per sedersi ad ascoltare un album per davvero. Rispetto al Nest Audio che sostituisce, sul piano puramente acustico, è un passo indietro. L’ho scritto sopra e lo ribadisco perché è il difetto più grosso. Gli slider dell’app aiutano un pelo, ma non fanno miracoli. Suona come uno strumento pensato per ascoltare te, non per farti ascoltare la musica.
Gemini for Home e la lingua italiana
Il cuore di tutto è qui. La comprensione del linguaggio naturale fa un salto che si sente a ogni frase. Puoi parlare a braccio, sbagliare, correggerti, concatenare richieste, e nella maggioranza dei casi ti segue. In italiano, cosa niente affatta scontata, la resa è solida: accenti, frasi spezzate, richieste ambigue vengono digerite bene. Non è perfetto, capita che una domanda molto articolata lo mandi fuori strada, ma il livello è un altro pianeta rispetto al passato.
La memoria contestuale a breve termine è ciò che rende tutto naturale: ricorda di cosa stavate parlando, così puoi fare domande di approfondimento senza ripetere il soggetto. “Che tempo fa domani a Roma?” seguito da “e dopodomani?” viene gestito come farebbe una persona. Nella pratica quotidiana questa fluidità cambia il modo in cui usi il dispositivo. Smetti di studiare il comando e inizi semplicemente a parlare.
Privacy ed elaborazione on-device
Su questo Google ha lavorato, e va riconosciuto. Il fatto che l’elaborazione vocale di base avvenga in locale sulla NPU, senza spedire ogni comando ai server, è un cambio di paradigma per un dispositivo sempre in ascolto. A questo si aggiunge l’interruttore fisico che stacca la corrente ai microfoni: non un software che chiede fiducia, ma un taglio elettrico vero. Per chi, come me, tiene famiglia e casa piene di dispositivi connessi, è una rassicurazione concreta.
C’è però l’altra faccia. Le funzioni più avanzate, quelle che descrivo tra poco, hanno bisogno del cloud per funzionare, e quindi di connessione e account. L’uso completamente offline non esiste. E va detto con chiarezza: più l’assistente diventa capace e più accede ai tuoi dati e alle tue abitudini, più la posta in gioco sulla privacy si alza. Google mette gli strumenti per gestirla, cronologia vocale cancellabile, funzioni disattivabili, ma la responsabilità di usarli resta all’utente. Personalmente apprezzo la direzione, pur restando vigile.
Ecosistema, hub Thread e multiroom
Questa è la parte in cui il dispositivo dà il meglio, e dove il valore hardware si vede davvero. Il border router Thread lo trasforma in un hub Matter, capace di collegare la domotica compatibile di qualsiasi marca, non solo quella Google. Nella mia configurazione, con l’IoT tenuto su un segmento di rete dedicato tramite la mesh Deco, si è inserito senza far storie e mi ha dato un punto di aggancio in più per i dispositivi Thread.
Poi c’è il multiroom: dialoga con gli altri altoparlanti Nest e con i prodotti Google Cast, così puoi distribuire la stessa musica in più stanze. E la chicca: due unità abbinate a un Google TV Streamer diventano una coppia stereo per il salotto, con supporto Dolby Atmos e audio spaziale. Attenzione però, l’abbinamento home theater funziona solo ed esclusivamente con quel dispositivo, non con una TV qualsiasi. Un vincolo che, se non hai già il TV Streamer, ridimensiona la promessa. Nel mio caso ho provato la stereo tra due speaker e il fronte sonoro si allarga in modo gradevole, anche se resta la solita questione: il limite acustico dei singoli driver non sparisce, si somma e basta.
La vita di tutti i giorni
Al di là delle funzioni acchiappa-titoli, il valore di un oggetto così lo misuri nella routine. Sveglia, meteo, traffico verso Roma prima di salire in macchina, il timer della moka, la lista della spesa dettata mentre svuoto la lavastoviglie. Tutte cose banali che però, fatte bene e velocemente, ti semplificano la giornata sul serio. La differenza rispetto al passato non è tanto in cosa fa, ma in come lo fa: senza attriti, senza dover indovinare la parola magica.
Una sera, tornato tardi da allenamento al CUS Roma, con le braccia stanche dopo un paio d’ore di arco, gli ho semplicemente detto di spegnere tutto tranne la luce dello studio e di mettermi qualcosa di calmo. Fatto, in un colpo solo, mentre appoggiavo la borsa. Ecco, sono questi i momenti in cui capisci che il dispositivo ha smesso di essere un gadget ed è diventato parte dell’arredamento funzionale di casa. Mica male, per un pallone di tessuto da mettere sul ripiano.
Setup e prima configurazione
La messa in funzione parte dall’app Google Home, come da tradizione. Colleghi il cavo, lo speaker si accende, l’app dovrebbe riconoscerlo in automatico. Uso il condizionale perché, come accennavo prima, nel mio caso il primo tentativo si è impuntato e ho dovuto ripeterlo. Al secondo giro è andato liscio. Assegni la stanza, scegli la voce, imposti le preferenze di privacy e sei operativo in una manciata di minuti. Chi ha già altri dispositivi Google si troverà a casa, con gruppi e routine ereditati senza dover rifare tutto.
Il passaggio più delicato, per me, è stato l’opt-in a Gemini for Home: una volta che attivi il nuovo assistente, tutti i dispositivi compatibili di casa passano da Google Assistant a Gemini, e ci restano. Non è una prova che fai su un singolo speaker e poi torni indietro con leggerezza. Vale la pena saperlo prima, perché cambia l’esperienza su tutto l’ecosistema. Nel mio setup, con la rete IoT su un segmento separato della mesh Deco, l’unico accorgimento è stato assicurarmi che il dispositivo vedesse gli altri nodi Thread. Fatto quello, il resto è filato.
Conversazione continua, memoria e le dieci voci
Torno un attimo su una cosa che ho citato di sfuggita, perché merita spazio suo. La conversazione continua in italiano è, per come la vedo io, la funzione che più cambia l’esperienza d’uso quotidiana. Dopo che risponde, l’assistente resta in ascolto per qualche secondo, così puoi rilanciare senza ripetere la parola di attivazione. Sembra un dettaglio da poco. Non lo è. Trasforma una sequenza di comandi separati in un dialogo, e una volta che ci fai l’abitudine, il vecchio “Ehi Google” ripetuto ogni volta ti sembra preistoria.
A questo si somma la memoria contestuale a breve termine, che ricorda il filo del discorso e ti permette domande di approfondimento. E poi ci sono le dieci nuove voci, più naturali ed espressive delle precedenti. Le ho provate quasi tutte prima di sceglierne una, un po’ per curiosità professionale, un po’ perché cambiare la voce dell’assistente cambia davvero come lo percepisci in casa. Alcune sono calde, altre più neutre. Ho finito per tenerne una pacata, che la sera non stona. Piccola personalizzazione, effetto sorprendentemente grande.
Funzionalità smart e piani avanzati
Qui bisogna essere chiari, perché è il punto più delicato di tutta la faccenda. Le funzioni base, quelle che uso ogni giorno, sono gratuite: controllo della domotica, comandi vocali multipli, musica, timer, promemoria, meteo, domande generiche. Fin qui tutto bene, e già così l’assistente è capace.
Il problema è che le tre funzioni più interessanti stanno dietro l’abbonamento Google Home Premium. La prima è Gemini Live: la conversazione libera e continua, quella in cui puoi interrompere, cambiare argomento, chiedere consiglio come faresti con una persona competente. La avvii con un “Ehi Google, parliamo un po'”. È la funzione che dà davvero senso al prodotto, ed è anche quella che scade con la fine della prova gratuita. La seconda è la ricerca nella cronologia delle videocamere Nest compatibili: puoi chiedere se il cancello è aperto o se il cane è salito sul divano mentre non c’eri. La terza è il riepilogo eventi, un sunto vocale di quello che è successo in casa in tua assenza.
Aggiungo le dieci nuove voci, più naturali ed espressive delle precedenti, tra cui scegliere quella che preferisci per la casa. Bella aggiunta, gratuita, e cambia parecchio la percezione dell’assistente. Ma la sostanza resta: senza abbonamento, il dispositivo perde una fetta importante del motivo per cui esiste. E qui c’è un cortocircuito che non posso non segnalare, visto che influisce sul valore. Ci torno subito.
Pregi e difetti
- Pregio. Gemini for Home è un salto generazionale: comprensione naturale, comandi multipli, correzioni al volo, ottima resa in italiano.
- Pregio. Reattività notevole grazie all’elaborazione locale su NPU, con latenze bassissime sui comandi quotidiani.
- Pregio. Tessuto 3D-knit splendido al tatto, design compatto e anello luminoso discreto ed elegante.
- Pregio. Hub Matter con border router Thread integrato, ottimo per chi ha una casa già connessa.
- Pregio. Interruttore hardware del microfono ed elaborazione on-device: privacy gestita sul serio.
- Difetto. Audio in calo rispetto al Nest Audio che sostituisce: un solo driver, poco corpo, niente da audiofili.
- Difetto. Le funzioni migliori vivono dietro l’abbonamento, che scade dopo la prova.
- Difetto. Cavo di alimentazione fisso e non removibile, scelta poco pratica e poco sostenibile.
- Difetto. App Google Home ancora un po’ acerba, con qualche intoppo in fase di setup.
Prezzo e posizionamento
Veniamo ai numeri, che in Italia hanno una particolarità. Il Google Home Speaker costa 119,99 euro di listino, una ventina di euro sopra il prezzo statunitense convertito. Chi lo acquista entro il 30 settembre 2026 riceve sei mesi gratuiti di Google Home Premium, più tre mesi di YouTube Premium. Bene. Ma qui scatta il ragionamento vero sul valore.
Perché Gemini Live, alla fine della prova, richiede l’abbonamento: il piano Standard costa 10 euro al mese o 100 euro l’anno, l’Advanced sale a 18 euro al mese o 180 euro l’anno. Vuol dire che il prezzo reale, se vuoi tutto, è ben più alto del cartellino. E c’è il paradosso che mi ha fatto storcere il naso: la conversazione libera con Gemini ce l’hai già, di fatto gratis, sul tuo smartphone Android. Pagare di nuovo per averla anche in salotto, su un altro dispositivo, è una richiesta che non tutti troveranno sensata. Io per primo faccio fatica a giustificarla.
A conti fatti, il posizionamento è chiaro: chi è già dentro l’ecosistema Google, ha dispositivi Nest e vuole un hub domotico intelligente, trova qui un ottimo punto d’ingresso a un prezzo onesto sul base. Chi invece guarda solo all’audio, o non ha intenzione di abbonarsi, deve fare bene i conti. Il valore c’è, ma è condizionato. Sul base gratuito resta uno smart speaker capace e velocissimo. Con l’abbonamento diventa un’altra cosa. Senza, un po’ meno di quello che promette.
Un’altra riflessione sul prezzo, perché ci tengo. Con questo lancio Google, di fatto, non ha più uno speaker sotto i cento euro nel suo listino: il vecchio mini-puck economico è andato in pensione. Chi cercava l’ingresso a basso costo nell’ecosistema, quello dei quaranta o cinquanta euro, oggi non lo trova più. Il ticket d’ingresso si è alzato. Considerato quello che ci metti dentro, hub Matter compreso, la cifra ci sta. Ma è giusto saperlo: non è più il regalino da mettere sotto l’albero senza pensarci, è un acquisto un po’ più ragionato. E se ne vuoi due per la coppia stereo, il conto raddoppia, senza contare il TV Streamer necessario per l’home theater. Attualmente è disponibile sul sito ufficiale di Unieuro.
Conclusioni
Dopo due settimane abbondanti con questo orb di tessuto sulla scrivania e in cucina, la sensazione è netta: è il miglior assistente vocale domestico che Google abbia mai fatto, montato dentro un altoparlante che fa il suo onesto compitino e nulla di più. La velocità, la naturalezza del dialogo in italiano, la gestione della casa connessa mi hanno convinto. L’audio no, e l’idea di dover pagare per le funzioni che lo rendono speciale nemmeno.
A chi lo consiglio? A chi vive già in casa Google, ha qualche dispositivo smart da orchestrare e sogna di parlare alla propria abitazione senza più imparare comandi a memoria. Per lui, o per lei, questo è un piccolo salto in avanti nel quotidiano, di quelli che ti accorgi solo quando torni indietro. A chi lo sconsiglio? A chi cerca principalmente un buon suono, a chi non tocca l’ecosistema Google nemmeno per sbaglio, e a chi rifiuta per principio l’idea dell’abbonamento perpetuo.
Lo scenario perfetto per questo dispositivo è una cucina vissuta, mani occupate, luci e musica da gestire al volo mentre la vita va avanti. Lì brilla. In sala d’ascolto, meno. Resta il dubbio che Google abbia costruito uno splendido paio di orecchie dimenticandosi un po’ della bocca. Ma, e chiudo, quando l’anello si accende di blu e capisce al volo quello che ho farfugliato con le mani nella pastella, gli perdono quasi tutto. Quasi.