Il futuro di Game Pass sta diventando oggetto di un dibattito sempre più acceso nel mondo dei videogiochi. Il servizio in abbonamento di Microsoft non attraversa il suo momento migliore, almeno stando alle voci che arrivano da figure di primo piano dell’industria. A sollevare dubbi pesanti è stato nientemeno che Shawn Layden, ex presidente di PlayStation Studios, che ha pubblicamente criticato il modello su cui si regge la piattaforma.
La questione non è banale. Si parla di prezzi in aumento, di una sostenibilità economica tutt’altro che garantita e, soprattutto, del rischio che un servizio nato per democratizzare l’accesso ai videogiochi finisca per fare più danni che altro. Il paragone che circola con insistenza è quello con Spotify: una piattaforma che ha rivoluzionato il modo di consumare musica, certo, ma che nel tempo ha anche compresso i ricavi degli artisti, generando un ecosistema dove guadagnare diventa sempre più difficile per chi crea contenuti. Il timore è che Game Pass possa imboccare la stessa strada, cannibalizzando il mercato dei giochi invece di alimentarlo.
Il rischio di un modello che penalizza chi crea
Quando si parla di servizi in abbonamento nel gaming, il nodo centrale è sempre lo stesso: chi ci guadagna davvero? Gli utenti, almeno a prima vista, ottengono un catalogo enorme a fronte di un canone mensile. Ma per gli sviluppatori la faccenda si complica. Se un gioco viene consumato all’interno di Game Pass senza generare vendite dirette, il ritorno economico per chi lo ha prodotto dipende interamente dagli accordi con Microsoft. E non è detto che quei numeri tornino, soprattutto per gli studi più piccoli.
La critica di Layden si inserisce proprio in questo contesto. L’ex dirigente Sony conosce bene le dinamiche dell’industria e il suo affondo non è casuale. Il modello Game Pass, per quanto attraente dal punto di vista del consumatore, potrebbe alla lunga erodere il valore percepito dei singoli titoli. Se tutti i giochi sono disponibili “gratis” dentro un abbonamento, perché qualcuno dovrebbe pagare il prezzo pieno per un lancio? È una domanda che si pongono sempre più addetti ai lavori.
A questo si aggiungono le preoccupazioni legate ai costi del servizio. Microsoft ha già ritoccato verso l’alto i prezzi di Game Pass in più occasioni, e il sospetto è che ulteriori aumenti siano dietro l’angolo. Un abbonamento che costa poco e offre tanto è fantastico sulla carta, ma qualcuno quel conto prima o poi deve pagarlo. E se il prezzo sale troppo, il vantaggio competitivo rispetto all’acquisto tradizionale dei giochi inizia a vacillare.
Un futuro incerto per il servizio Microsoft
La situazione di Game Pass riflette un problema più ampio che riguarda tutto il settore delle piattaforme in abbonamento applicate all’intrattenimento. Il modello Spotify ha dimostrato che si può costruire un business enorme basato sullo streaming, ma ha anche mostrato i limiti di un sistema dove i creatori di contenuti finiscono per essere schiacciati. Nel gaming, dove i costi di sviluppo sono esplosi negli ultimi anni, quel rischio è ancora più concreto.
Microsoft, dal canto suo, non ha mai nascosto di considerare Game Pass come il pilastro della propria strategia gaming. Resta da capire se i continui aggiustamenti di prezzo e le critiche crescenti da parte di figure autorevoli del settore porteranno a una revisione del modello o se la direzione rimarrà quella attuale.