Il boato del pubblico è esploso quando Kristian Gkolomeev è entrato nell’ultimo quarto della gara dei 50 metri stile libero, con le luci della Las Vegas Strip a fare da sfondo. Gli Enhanced Games, ribattezzati da molti le Olimpiadi del doping, hanno trovato proprio in quel momento la loro immagine simbolo.
Un nuotatore greco di 32 anni che taglia il traguardo davanti a una platea selezionata, inseguendo record e premi milionari. La differenza con qualsiasi altra competizione internazionale sta tutta in una cosa, dichiarata senza giri di parole: qui gli atleti sono incoraggiati a doparsi.
Enhanced Games: dentro le Olimpiadi del doping
Quarantadue atleti da tutto il mondo, dunque, hanno gareggiato sfidando la condanna dei principali organismi sportivi, che hanno messo in guardia sui rischi gravissimi per la salute: ipertensione, ictus, danni al fegato, disturbi psicologici. Alcuni hanno minacciato squalifiche a vita per chiunque partecipasse. La posta in gioco, però, è alta: 250mila dollari (circa 230mila euro) per un primo posto, un milione di dollari (circa 920mila euro) per chi stabilisce un record del mondo.
Gkolomeev, quattro Olimpiadi alle spalle senza mai un podio, ha nuotato in 20,81 secondi, superando tecnicamente i 20,88 dell’australiano Cameron McEvoy. Solo che lo ha fatto con sostanze dopanti e una supertuta vietata da World Aquatics da oltre 15 anni. Per questo il primato non sarà mai considerato ufficiale. “Mi sono divertito moltissimo. È incredibile”, ha detto dopo la vittoria del 24 maggio. “Continuerò il prossimo anno. Forse lo batterò di nuovo.”
La serata, fino a quel momento, era stata una mezza delusione. Nessun record mondiale, nemmeno sfiorato, nonostante le promesse. Il velocista statunitense Fred Kerley aveva giurato di “distruggere” il primato dei 100 metri di Usain Bolt, 9,58 secondi. Ha chiuso in 9,97, un tempo che a Parigi 2024 sarebbe valso l’ultimo posto. In tribuna, palestrati che tra una gara e l’altra posavano per la flex cam sul maxischermo. Almeno un quarto dei posti è rimasto vuoto.
La promessa del doping sicuro
Eppure qualcosa di credibile c’era. L’idea di mettere sotto controllo medico atleti che si doperebbero comunque ha una sua logica, quella della riduzione del danno, per quanto gli esperti restino scettici. Notevole anche la struttura temporanea da 50 milioni di dollari (circa 46 milioni di euro), con piscina olimpionica, pista per i 100 metri e pedana per il sollevamento pesi.
Una sperimentazione clinica in corso coinvolge 36 dei 42 atleti. Hanno assunto esteri del testosterone, anabolizzanti, peptidi, fattori di crescita, modulatori metabolici e stimolanti. Gli organizzatori parlano di 91 per cento che usava testosterone, 79 per cento l’ormone della crescita, 62 per cento stimolanti come l’Adderall. Tutto, sostengono, approvato dalla Food and Drug Administration statunitense. Però i ricercatori avvertono: gli steroidi androgeni anabolizzanti possono avere effetti capaci di cambiare la vita su cuore, sistema endocrino e funzioni cognitive. E qualsiasi modello serio dovrebbe prevedere supporto clinico continuativo, non solo controlli iniziali.
A dare spessore all’evento c’era Hafthor “Thor” Björnsson, leggenda dello strongman e la Montagna di Game of Thrones. Usa sostanze dopanti da quando aveva 19 anni, e racconta che oggi, con esami del sangue e supervisione, è molto più consapevole della propria salute. È stato l’unico, tra oltre venti atleti, disposto a dire cosa avesse assunto. Tutti gli altri hanno rifiutato.
I soldi cambiano la posta in gioco
Il punto debole arriva quando si guarda al portafoglio. “Il motivo per cui gli atleti non dicono quali sostanze assumono è che non conta”, spiega Max Martin, amministratore delegato e cofondatore. Conta solo che il protocollo sia personalizzato. Ma la maggior parte delle persone non ha i soldi per un cocktail di farmaci su misura, e potrebbe finire per doparsi alla cieca se questo modello dovesse diffondersi.
Il nuotatore irlandese Shane Ryan, tre volte olimpionico, ammette: a convincerlo sono stati i soldi. Racconta che molti colleghi già guardano a peptidi non regolamentati per restare competitivi con l’età. “Ora mi stanno insegnando a farlo nel modo giusto. E mi pagano per farlo.” Per lui dovrebbero esistere due mondi separati: gare davvero pulite e gare con doping dichiarato. Arriva a chiedere controlli antidoping più rigidi alle Olimpiadi.
Quando si osserva il lato commerciale, i conflitti diventano evidenti. Basta aprire la pagina prodotti sul sito di Enhanced: peptidi di rame, sermorelina, iniezioni di testosterone accanto a farmaci Glp-1, semaglutide e tadalafil. Sembra lo spin-off di un’azienda di telemedicina dedicato alle sostanze dopanti. Martin non lo nasconde: la missione è portare questi prodotti al grande pubblico, con moduli di anamnesi obbligatori e controlli regolari.
L’impronta del movimento Make America Healthy Again è difficile da ignorare, tra investitori come Peter Thiel e Donald Trump Jr. e il fondatore Aron D’Souza, che ha definito Robert F. Kennedy Jr. “favorevole al potenziamento umano”. Se la missione avesse successo e il doping diventasse una parte redditizia dello sport, pensare che questi prodotti vengano usati solo in modo responsabile sarebbe ingenuo. Gli atleti più svantaggiati economicamente potrebbero finire per doparsi ancora di più.
Gli Enhanced Games apriranno una nuova era delle prestazioni atletiche? Forse. Almeno per chi potrà permettersela.