Fare il bucato nello spazio è un problema più serio di quanto si possa immaginare. Sembra una banalità terrestre, eppure togliersi i panni sporchi quando si vive lontano dal nostro pianeta diventa una questione tecnica complicata. Adesso un gruppo di ricercatori ha messo a punto un metodo per igienizzare gli indumenti degli astronauti senza usare nemmeno una goccia d’acqua, sfruttando il plasma freddo per liberarsi dei batteri pericolosi in maniera molto più efficace rispetto ai sistemi che vengono usati oggi.
La cosa potrebbe togliere di mezzo uno dei grattacapi più grossi per le missioni di lunga durata sulla Luna e su Marte. Ma come ci si è arrangiati finora? Sulla Stazione Spaziale Internazionale la vita dell’equipaggio, dal punto di vista del bucato, non è affatto comoda. Ci sono aspiratori a secco e salviette chimiche, però a dirla tutta nessuno dei due fa davvero bene il suo lavoro.
Perché l’acqua nello spazio è un lusso che non ci si può permettere
Il risultato è che gli astronauti tengono addosso gli stessi vestiti per periodi lunghissimi, fino a quando non diventano insopportabili, e a quel punto li buttano. Una pratica che però non potrà mai funzionare sui futuri avamposti planetari, dove i rifornimenti saranno pochi e l’acqua resterà una risorsa troppo preziosa per finirla dentro una lavatrice come quella di casa.
Per aggirare l’ostacolo, un team guidato da Gabe Xu dell’Università dell’Alabama a Huntsville, insieme alla microbiologa della NASA Chelsi Cassilly, ha costruito un prototipo compatto. Lo strumento spara un getto sottile di plasma freddo grazie all’elettricità ad alto voltaggio, che serve a ionizzare una miscela di elio, aria e vapore acqueo. Quando il flusso colpisce il tessuto, si formano specie reattive dell’ossigeno, tra cui l’ozono, che si infilano tra le fibre e distruggono i microbi attraverso lo stress ossidativo. E qui sta il bello: a differenza del plasma caldo, questo lavora a temperatura ambiente, non rovina i vestiti e non scotta la pelle.
I numeri dei test e cosa manca ancora
Durante le prove di laboratorio fatte sul batterio Staphylococcus caprae, già trovato nello spazio in passato, il dispositivo ha ridotto le colonie batteriche da 250.000 per millilitro a circa 60.000 per millilitro. Le macchie visibili restano lì, su quelle non c’è niente da fare, ma i microrganismi che potrebbero far ammalare l’equipaggio vengono neutralizzati bene.
Xu ha spiegato un punto interessante: ci sono microbi che resistono ai raggi ultravioletti, ma nessuno regge allo stress ossidativo. Per ora il prototipo igienizza solo una piccola area per volta, però i ricercatori stanno già pensando a una camera a plasma che assomigli a una lavatrice domestica, e a un sistema combinato con un aspiratore per sanificare tute spaziali, attrezzi e arredi degli habitat.