Google Search Profiles è la nuova carta che Mountain View cala sul tavolo per cambiare ancora una volta il modo in cui un motore di ricerca presenta le persone, e non solo i link. L’idea di fondo è semplice da raccontare ma pesa parecchio: dare a creator, editori e marchi uno spazio personale dove gestire la propria presenza tra i risultati, raccogliendo in un colpo solo contenuti che oggi vivono sparpagliati tra sito, social e piattaforme video.
La funzione è stata annunciata negli Stati Uniti e si inserisce in un momento tutt’altro che tranquillo per chi pubblica online. L’esplosione delle funzionalità AI sta riscrivendo le regole su come la gente trova informazioni, e Google prova a offrire una risposta che tenga insieme controllo e visibilità. Niente più pannelli costruiti in automatico dall’algoritmo: qui chi gestisce un profilo decide cosa mostrare e come.
Cosa sono i Search Profiles e come funzionano davvero
I Search Profiles sono pagine dedicate che permettono a creator ed editori di mettere insieme i propri contenuti più recenti in un unico posto. Dentro al profilo possono finire il sito ufficiale, gli account social, i video pubblicati sulle piattaforme principali e una selezione di contenuti messi in evidenza. Si possono configurare avatar, descrizione e link prioritari, ottenendo una libertà che con i vecchi riquadri informativi non c’era proprio.
L’elemento che fa la differenza è il pulsante Follow on Google. Gli utenti possono seguire direttamente un creator o una testata, alzando così le probabilità di vedere i loro aggiornamenti dentro Discover, il feed personalizzato dell’app Google. In pratica una logica da social network, trapiantata sul motore di ricerca. Almeno all’inizio, però, la funzione non sarà per tutti. Google fissa soglie piuttosto alte: servono almeno 100.000 iscritti su YouTube, 100.000 follower su Instagram o X, oppure 300.000 su TikTok, con il proprietario dell’account che deve avere almeno 18 anni.
Search Profiles nell’era dell’AI e del calo di traffico
Tutto questo non si capisce fino in fondo se non lo si lega alla trasformazione che Google Search sta vivendo da mesi. Durante Google I/O 2026 l’azienda ha mostrato un motore costruito su Gemini 3.5 Flash, con modalità conversazionale avanzata, ricerche multimodali e strumenti agentici capaci di sbrigare attività al posto dell’utente. Mountain View ha parlato del più grande aggiornamento degli ultimi 25 anni, e il senso è chiaro: si passa da un sistema che restituisce link a uno che costruisce risposte e percorsi pensati su misura.
Qui i Search Profiles giocano un ruolo molto pratico. Le AI Overview e le risposte generate direttamente nei risultati spesso accontentano l’utente senza che questo debba cliccare su un sito esterno, e il conto lo pagano publisher e creator con un traffico che si assottiglia. Riunire articoli, post e video in un’unica pagina permette alle fonti di mantenere una presenza riconoscibile dentro l’ecosistema Google, anche quando il clic verso l’esterno non arriva. Un modo per restare visibili proprio mentre le regole del gioco cambiano sotto i piedi di chi produce contenuti.