Chi ha frequentato le scuole medie o superiori negli ultimi decenni probabilmente si è sentito dire almeno una volta che arrotolare la lingua a forma di “U” dipende da un singolo gene, quello dominante che alcuni hanno e altri no. Una spiegazione pulita, ordinata, perfetta per riempire una lavagna e far annuire una classe intera. Il problema è che questa storia, ripetuta per generazioni sui libri di testo, è tutt’altro che vera. Un mito genetico che ha resistito per anni nonostante fosse già stato demolito parecchio tempo fa.
L’idea di fondo suonava convincente. Da una parte le persone capaci di piegare i bordi della lingua verso l’alto, dall’altra quelle a cui questa capacità sarebbe stata negata dalla natura. Bianco o nero, senza vie di mezzo. E in effetti una spiegazione così binaria era comodissima da insegnare, perché trasformava un concetto complesso come l’ereditarietà in qualcosa di immediato e memorizzabile.
Lo studio sui gemelli che ha ribaltato tutto
A far crollare la teoria del gene unico furono le ricerche condotte negli anni Cinquanta su coppie di gemelli omozigoti, cioè identici, quelli che condividono lo stesso identico patrimonio genetico. Il ragionamento era semplice quanto efficace. Se davvero un solo gene determinasse la capacità di arrotolare la lingua, allora due gemelli con lo stesso DNA avrebbero dovuto comportarsi esattamente allo stesso modo. O tutti e due capaci, o nessuno dei due.
Le cose però non andarono così. Gli studi mostrarono coppie di gemelli identici in cui uno riusciva ad arrotolare la lingua e l’altro no. Un dettaglio che fa saltare in aria l’intera costruzione, perché se il patrimonio genetico è lo stesso e il risultato cambia, significa che non può esserci un unico interruttore ereditario a decidere tutto. La faccenda, insomma, è molto più intrecciata di come è stata raccontata per anni tra i banchi.
Questo non vuol dire che la genetica non c’entri nulla, sia chiaro. Piuttosto, la capacità di piegare la lingua sembra dipendere da un insieme di fattori diversi, in cui probabilmente entrano in gioco anche elementi ambientali e la semplice pratica. C’è chi, non riuscendoci da bambino, ha imparato a farlo col tempo, esercitandosi davanti allo specchio. Un dettaglio che da solo basterebbe a mandare in crisi l’idea del destino scritto nel DNA.
Resta il fatto curioso che una nozione tanto fragile abbia continuato a circolare così a lungo. Forse proprio per la sua semplicità, che la rendeva facile da spiegare e altrettanto facile da ricordare. Certe idee, una volta entrate nei manuali scolastici, hanno la testa dura e faticano a uscirne, anche quando la scienza le ha già archiviate da un pezzo. E la storia dell’arrotolamento della lingua ne è forse l’esempio più classico, un piccolo grande equivoco che ha attraversato intere generazioni di studenti convinti di aver capito qualcosa sui propri geni.


