I nuovi attacchi ai data center di Amazon in Medio Oriente sono stati confermati dalle immagini satellitari, che raccontano di una guerra sempre più larga tra Iran, alleati Houthi e diversi Stati del Golfo con il coinvolgimento degli Stati Uniti. Le foto arrivano dai satelliti europei Copernicus Sentinel-2 e mostrano danni non solo alle strutture di Amazon ma anche ad almeno un impianto petrolifero saudita di primaria importanza. Un modo, questo, per verificare in maniera indipendente i danni dichiarati, nonostante le pressioni del governo americano su aziende commerciali statunitensi e persino sull’Europa per limitare le riprese satellitari della zona.
Tre data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein erano già stati colpiti dai droni iraniani il primo marzo. Quegli attacchi avevano costretto Amazon a mesi di riparazioni previste e avevano spinto i clienti di Amazon Web Services in Medio Oriente a spostare i propri carichi di lavoro verso altre regioni cloud. Poi, il 21 luglio, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha diffuso una nota in cui affermava di aver nuovamente attaccato e “distrutto” i data center di Amazon in Bahrein usando missili da crociera. Il comunicato è passato attraverso i media statali iraniani ed è stato ripreso anche in Occidente.
Le stesse Guardie hanno poi pubblicato immagini satellitari ad alta risoluzione con i danni a due strutture situate nelle cittadine costiere di Zallaq e Askar. Non è chiaro quali servizi satellitari l’Iran abbia usato, ma il Paese starebbe sfruttando immagini commerciali di satelliti cinesi. Gli analisti hanno confermato i segni degli attacchi grazie ai dati Copernicus Sentinel-2, senza però riuscire a stabilire l’entità dei danni. La dashboard di AWS che mostra lo stato dei servizi nella regione colpita non viene aggiornata dal 30 aprile, quando segnalava che i data center danneggiati erano “incapaci di supportare in modo affidabile le operazioni dei clienti”.
Amazon: il petrolio saudita e il colpo che pesa sul mondo
Gli ultimi attacchi iraniani ai data center di Amazon potrebbero essere più simbolici che altro. Ben più pesanti, invece, le conseguenze dei raid Houthi contro le raffinerie saudite e il porto di Yanbu, snodo cruciale per le esportazioni di greggio. Il 20 luglio gli Houthi hanno dichiarato ufficialmente un blocco navale per fermare le esportazioni petrolifere saudite che passano dallo stretto di Bab el-Mandeb. Da allora hanno colpito diverse petroliere nel Mar Rosso e lanciato missili e droni contro raffinerie e contro lo stesso porto di Yanbu il 25 luglio.
Gli attacchi mettono a rischio i tentativi sauditi di deviare le esportazioni lontano dallo Stretto di Hormuz, già in difficoltà per la guerra in corso tra Stati Uniti e Iran. Riyadh aveva aumentato le spedizioni proprio da Yanbu, sul Mar Rosso, da cui le petroliere possono raggiungere i mercati asiatici attraversando il Bab el-Mandeb. Ma la fazione Houfhi controlla abbastanza territorio costiero da poter minacciare le navi in transito.
Le autorità saudite e la compagnia statale Saudi Aramco non hanno detto nulla sui possibili danni. Silenzio che ha costretto analisti e trader a tornare sulle immagini Copernicus Sentinel-2. I satelliti hanno mostrato un serbatoio in fiamme alla raffineria di Jazan e una torcia che emetteva fumo, segno del bruciaggio di gas in eccesso. Aramco ha poi chiuso l’impianto, capace di lavorare 400.000 barili al giorno. Immagini simili sono arrivate dall’impianto di Abqaiq e da quello di Hawiyah, entrambi presi di mira.
Il nuovo blocco e gli attacchi hanno già portato a un calo del 40 per cento nei transiti di petroliere attraverso il Bab el-Mandeb, confrontando la settimana dal 20 al 26 luglio con quella precedente. Gli Houthi starebbero anche pensando di far pagare tariffe per il passaggio sicuro, proprio come tentato dall’Iran nello Stretto di Hormuz. “Causerà più problemi in termini di esaurimento delle riserve petrolifere in economie che già faticavano per questo blocco dello Stretto di Hormuz che dura ormai da cinque o sei mesi”, ha detto Michael Stephens del Royal United Services Institute in un’intervista ad Al Jazeera.
Le fonti di intelligence open source, come video verificati e immagini satellitari, restano strumenti preziosi per misurare i costi umani ed economici del conflitto. Le riprese Copernicus spiccano perché gratuite e ancora non censurate, anche se l’Unione Europea ha di recente deciso di applicare un ritardo di 24 ore nella pubblicazione delle nuove immagini che mostrano le rotte marittime vicino allo Stretto di Hormuz.


