ChatGPT ha smesso di clonare lo stile dei grandi scrittori, e questo cambiamento sta già facendo discutere chi lo usa ogni giorno. Da qualche tempo il modello di OpenAI rifiuta le richieste dirette di generare testi che imitino la voce di autori famosi. Al loro posto, propone qualcosa che pesca dalle “qualità generali” di quegli autori, restando però “distinto con una voce propria”. Piccola differenza a parole, forse. Ma dietro c’è molto più di quanto sembri.
Un test recente lo ha mostrato bene. Chiedendo al chatbot l’inizio di un racconto nello stile di Stephen King, la risposta è arrivata quasi come una scusa gentile: può scrivere con i tratti tipici dell’orrore atmosferico, quello fatto di personaggi e di paura da piccola città di provincia, ma non può imitare la voce esatta e distintiva di King. Poi ha offerto un incipit originale che “cattura una sensazione simile” pur rimanendo qualcosa di suo. Lo stesso comportamento è saltato fuori con altri nomi, sia vivi come J.K. Rowling e Amy Tan, sia scomparsi come Charles Dickens ed Ernest Hemingway.
Perché OpenAI ha cambiato le regole
Qui la faccenda si fa interessante dal punto di vista legale. Negli Stati Uniti il diritto d’autore protegge di solito una specifica espressione di un’idea, non lo stile in sé, che resta qualcosa di più sfuggente. Ma un’imitazione generata dall’AI può diventare una violazione se diventa “sostanzialmente simile” all’opera dell’autore originale. E OpenAI, va ricordato, sta ancora combattendo diverse cause intentate da scrittori che accusano i suoi modelli di aver violato il copyright su larga scala addestrandosi sui loro libri. Una di queste cause cita proprio la “inquietante capacità” di ChatGPT di generare testi simili a quelli protetti da diritto d’autore.
Non è un dettaglio da poco. Robert Brauneis, professore alla George Washington University Law School, l’ha messa così: mai prima d’ora si era arrivati a una situazione in cui lo stile personale di un singolo creatore potesse essere imitato tanto bene e a costi tanto bassi come accade oggi con l’intelligenza artificiale.
Anche l’Authors Guild ci ha messo il suo. In un documento di buone pratiche, l’organizzazione invita gli scrittori a rispettare i colleghi e a non usare l’AI generativa per copiare di proposito stili, voci o altri tratti distintivi altrui in modi che ne danneggino il valore o cerchino di trarne profitto. Oltre alla questione etica, avvisa, imitare la voce unica di un altro autore può esporre a richieste per concorrenza sleale o violazione del copyright.
Cosa fanno gli altri modelli
Non tutti i grandi modelli linguistici trattano queste richieste allo stesso modo. Un’analisi pubblicata questo mese ha rilevato che Gemini di Google accontenta con costanza le richieste di copiare lo stile di un autore, mentre i modelli di Perplexity AI le rifiutano sistematicamente e le reindirizzano, un po’ come fa ora ChatGPT. In una posizione intermedia stanno Claude di Anthropic e Copilot di Microsoft, che eseguono la richiesta ma aggiungono precisazioni, segno di una certa consapevolezza del problema.
Il tema dell’imitazione stilistica non è nuovo e ha già creato guai pubblici. L’anno scorso l’autrice Lena McDonald è finita sotto una pioggia di critiche quando nel suo libro è comparsa una frase palesemente generata dall’AI che diceva: “Ho riscritto il passaggio per allinearlo di più allo stile di J. Bree”. Casi del genere, da quando ChatGPT è esploso, non sono difficili da trovare.
Sul fronte delle immagini, tra l’altro, OpenAI è più esplicita: segnala che il suo modello DALL·E 3 è progettato per rifiutare richieste di immagini nello stile di un artista vivente. Sul testo, invece, le regole restano meno nette.
Intanto qualche utente storico sbuffa. Su Reddit c’è chi ha raccontato che i suoi prompt, studiati nei minimi dettagli, ora non funzionano più come prima e che non sa come aggirare il blocco se non dandogli in pasto testi già editati e tecnicamente suoi.


