I numeri dell’ultima trimestrale di Alphabet raccontano una storia che ha del paradossale: la società madre di Google ha macinato un utile netto record di 112,1 miliardi di dollari, quasi 105 miliardi di euro, con una crescita del 298% rispetto a un anno fa. Ma il punto interessante non è la cifra in sé. È da dove arriva. Perché la parte del leone di quel guadagno non viene dalla pubblicità o dal cloud, bensì dalla rivalutazione contabile di due partecipazioni in aziende che Google nemmeno controlla: SpaceX e Anthropic. Due nomi che, guarda caso, competono proprio con i settori più delicati del gruppo.
Quando le scommesse valgono più del mestiere
Facciamo qualche conto. La pubblicità è cresciuta del 24% sui ricavi, mentre Google Cloud è schizzato in avanti dell’82%. Roba da applausi, in condizioni normali. Eppure l’88% dell’utile netto trimestrale arriva dalla rivalutazione di quelle due puntate finanziarie. Prendiamo SpaceX. La scommessa risale a parecchio tempo fa: nel 2015 Google aveva messo sul piatto 900 milioni quando l’azienda di Musk valeva 10 miliardi. Dopo la quotazione in borsa arrivata a giugno, con una valutazione di 1,77 trilioni, quel pacchetto azionario è arrivato a valere 94,1 miliardi di dollari. Un moltiplicatore superiore a cento volte rispetto al capitale iniziale. Roba da chi ha avuto un fiuto niente male, più di dieci anni fa.
La storia di Anthropic è più breve. E più salata. Alphabet ha iniettato 13,3 miliardi nel laboratorio dietro Claude a partire da aprile 2023, con impegni per altri 30 miliardi. La valutazione privata è passata da 350 a 965 miliardi in appena un anno. Nei documenti ufficiali le partecipazioni private di Alphabet toccano quota 124,3 miliardi, e praticamente tutto è Anthropic.
Il rovescio della medaglia e la cassa che si svuota
Qui viene il bello, o il brutto, dipende dai punti di vista. Anthropic sta pescando ingegneri da DeepMind con una certa regolarità. Il suo modello se la vede con Gemini sullo stesso campo: API per sviluppatori, agenti di programmazione, assistenti aziendali. E molte aziende che non vogliono legarsi mani e piedi a Google scelgono proprio Claude. Ogni dollaro che Anthropic incassa da Alphabet, per ironia della sorte, gonfia il valore della stessa Alphabet. SpaceX, dal canto suo, gestisce Starlink, la rete satellitare che ha realizzato quell’ambizione spaziale che Google aveva tentato e poi abbandonato con Project Loon. Sundar Pichai non ha venduto neanche un’azione. Eppure il mercato gli ha riconosciuto quasi 100 miliardi di profitto.
C’è però un dettaglio da non trascurare. Le plusvalenze non sono liquidità. Dei 94,1 miliardi in SpaceX, ben 80 non possono essere venduti nel breve periodo, e altri 14,1 restano bloccati fino al terzo trimestre del 2027. Anthropic, poi, non è ancora quotata, quindi quella valutazione vale finché non arriva il prossimo round di finanziamento o, al contrario, il prossimo taglio.
Nel frattempo la cassa vera si sta prosciugando. Alphabet ha alzato le previsioni di investimento per il 2026 portandole nella fascia tra 195 e 205 miliardi, contro i 180-190 annunciati ad aprile. E il flusso di cassa libero trimestrale è finito in rosso. A pagare il conto della festa sono i data center, quei centri dati che divorano capitali senza sosta. Le restrizioni su SpaceX cominceranno a cadere dopo la prima trimestrale da società quotata, prevista per il 4 agosto. Con 94 miliardi in azioni bloccate e un piano di investimenti che sfiora i 200 miliardi l’anno, Alphabet ha buoni motivi per liberarsi di una fetta della posizione. Prima possibile. Farlo, però, significa ammettere una cosa scomoda: che l’azienda ha guadagnato di più finanziando i suoi rivali che portando avanti il proprio business.


