Il rifiuto dell’intelligenza artificiale e della grafica digitale sta diventando, quasi senza volerlo, il miglior argomento di vendita per La Odissea di Christopher Nolan. Un paradosso curioso, se ci pensate bene. Mentre Hollywood spinge sull’acceleratore del CGI, arriva un regista che si presenta con centoquaranta chili di macchina da presa e la promessa di girare tutto alla vecchia maniera. E funziona.
Basta guardare cosa succede intorno. Il trailer di Vengatori: Doomsday ha quel sapore di già visto, e non solo per una trama che sembra ricalcare passo dopo passo quanto già raccontato in Endgame. C’è quell’estetica interamente digitale, dove non esiste uno scenario reale, un effetto pratico, nemmeno un costume che non sia invenzione da computer. Odora di passato, ecco. E proprio qui sta il colpo di genio, involontario o meno, del progetto di Nolan.
Centoquaranta chili di macchina da presa e pellicola a peso d’oro
Nolan ha girato La Odissea con cineprese IMAX, cosa che nessun lungometraggio di finzione aveva mai fatto prima. La macchina da presa pesa più di centoquaranta chili e viene chiusa in una custodia insonorizzata, perché senza quella, parole di Matt Damon, suonerebbe come un frullatore attaccato alla faccia. Quella custodia ha permesso di filmare dialoghi intimi con l’apparecchio a pochi centimetri dagli attori. E la pellicola sviluppata pesa ancora di più. Ogni copia in settanta millimetri supera i trecentosessanta chili e misura due milioni e centomila piedi. Costruire una di queste cineprese costa tra i 37.000 e i 46.000 euro circa, e per spostarla serve un muletto. Roba seria, insomma.
Il regista batte su questo tasto dal 2008. Il Cavaliere Oscuro è stato il primo film di Hollywood a usare cineprese IMAX per le scene d’azione, mentre Oppenheimer ha inaugurato il primo rullo IMAX da sessantacinque millimetri in bianco e nero. La Odissea chiude il cerchio, girata per intero con questo tipo di attrezzatura. Il rovescio della medaglia? Solo quarantuno sale in tutto il mondo possono proiettarla nel formato originale IMAX 70mm da 1,43:1. Da qui le accuse di elitarismo e un evidente effetto FOMO. Più diventa difficile vedere il film come Nolan vorrebbe, più se ne parla.
Sporcizia vera, effetti pratici e la stoccata all’intelligenza artificiale
L’estetica analogica non riguarda solo il supporto. Nolan voleva strati di sporco reali sui costumi e set che sembrassero luoghi davvero vissuti nell’epoca raccontata. Un realismo sporco e tangibile, altro che luccichio da CGI. Questa ricerca di consistenza fisica ha portato la troupe a girare in Marocco, Grecia, Italia, Islanda e Scozia lungo novantuno giorni, con gli attori issati su navi autentiche. Stessa filosofia per gli effetti pratici, usati ogni volta che era possibile. Mostri, divinità e tempeste della mitologia dovevano risultare fantastici ma credibili, e la stanchezza dell’equipaggio durante le tempeste doveva vedersi perché era reale, non simulata davanti a uno schermo verde.
Durante la promozione, Nolan ha definito l’intelligenza artificiale generativa un cavallo di Troia. Pochi giorni prima si era detto incoraggiato dalla rapidità con cui il pubblico giovane rifiuta la faccia peggiore del fenomeno. Un rifiuto che ha definito rapido e massiccio, qualcosa mai visto davanti a un presunto salto tecnologico fondamentale. A riprova cita il successo commerciale tra i più giovani di film a basso budget e con effetti pratici come Obsession o Backrooms, trasformandolo di fatto nell’argomento di vendita del proprio lavoro.
Non è una posa da tradizionalista fuori tempo, semmai il contrario. Un adattamento della Odissea traboccante di CGI destinato a invecchiare male in pochi mesi sarebbe la scelta meno intelligente. L’analogico oggi garantisce atemporalità e vale come ambizione e lusso estetico. Una volta solo i kolossal potevano permettersi il digitale, adesso è il contrario, il digitale è la scorciatoia economica. Nolan ha avuto pure la fortuna che Disney, che ha dichiarato l’IA uno dei tre pilastri della propria strategia di crescita, abbia lanciato un video di Doomsday che promette sempre la stessa minestra con l’estetica di sempre. Ha pescato dai classici per raccontare che soffiano venti di cambiamento verso ciò che funzionava tanto bene tempo fa.


