C’è una cosa che accomuna quasi tutti i racconti degli astronauti dopo il rientro sulla Terra, ed è qualcosa a cui nessuno pensa mai: l’odore. Quello che per chiunque è normale, l’aria dopo un temporale o il profumo dell’erba appena tagliata, per chi torna dallo spazio diventa qualcosa di difficile da reggere. A raccontarlo, in momenti diversi, sono stati due nomi ben conosciuti di chi ha passato lunghi periodi in orbita, ovvero Scott Kelly e Chris Hadfield, entrambi rimasti a bordo della ISS per periodi lunghissimi, quasi un anno nel caso del primo.
Il punto interessante non è tanto la nostalgia o la vista della Terra dall’alto, cose di cui si parla spesso. È invece un dettaglio molto più fisico e concreto, quasi banale se ci si pensa. Dopo mesi passati dentro un ambiente sigillato, dove certi odori semplicemente non esistono, il naso perde l’abitudine. Smette di filtrare quello che normalmente diamo per scontato. E così il primo contatto con qualcosa di apparentemente innocuo, come la terra bagnata, si trasforma in una sensazione fortissima, quasi fastidiosa.
Perché l’odore della pioggia diventa insopportabile
Il meccanismo è più semplice di quanto sembri. Sulla Stazione Spaziale Internazionale l’aria è controllata, filtrata, priva di tutti quegli elementi che sulla Terra respiriamo senza nemmeno accorgercene. Non c’è pioggia, non c’è vegetazione, non ci sono le mille sfumature che il nostro olfatto registra ogni giorno in modo automatico. Passare mesi in quelle condizioni significa, di fatto, azzerare l’allenamento del naso.
Quando poi si torna a casa, il cervello viene travolto. Gli odori tornano tutti insieme, potenti, e l’organismo non è più pronto a gestirli con la naturalezza di prima. Ecco perché l’odore della pioggia, che per la maggior parte delle persone è addirittura piacevole, viene descritto da chi rientra come qualcosa di intenso al limite del sopportabile. Non è una questione di gusti, ma proprio di percezione fisica che si è modificata durante la lunga permanenza fuori dall’atmosfera.
Racconti come quelli di Scott Kelly e Chris Hadfield aiutano a capire quanto il corpo umano si adatti all’ambiente in cui vive, anche quando quell’ambiente è artificiale e chiuso come una capsula orbitante. E quanto, di conseguenza, il ritorno alla normalità non sia poi così immediato. Non parliamo solo di gambe che faticano a reggere il peso o di equilibrio da recuperare, cose ormai note. Parliamo anche di sensi che vanno riabituati pian piano a un mondo che, per loro, è diventato improvvisamente troppo ricco di stimoli.
È un dettaglio che spesso sfugge quando si immagina la vita degli astronauti. Si pensa alle imprese, alle passeggiate nello spazio, alle immagini spettacolari del pianeta visto dall’alto. Poi arriva un racconto così, semplice e diretto, che riporta tutto a una dimensione umana. Perché alla fine, dietro le tute e le missioni, ci sono persone che devono reimparare persino a respirare l’aria di casa. E lo fanno partendo proprio da qualcosa di piccolo come l’odore di un temporale appena passato.


