Un chip bioibrido che mette insieme biologia ed elettronica potrebbe cambiare il modo in cui pensiamo al consumo energetico dei computer. L’idea arriva da un gruppo di scienziati della Penn State University, che ha sviluppato e brevettato un dispositivo di memoria capace di tagliare i consumi di oltre il 99% rispetto ai sistemi tradizionali. Non è poco, considerando dove stiamo andando con la fame energetica dei data center.
Il punto è proprio questo. I data center di tutto il mondo divorano quantità di energia difficili anche solo da immaginare, e la curva continua a salire. Colpa, se così possiamo dire, di tutti quei servizi AI in cloud a cui ci siamo ormai abituati senza nemmeno farci caso. Le stime parlano di un consumo triplicato entro il 2030, e questo spiega perché si stia lavorando su più strade per evitare che le reti elettriche finiscano in tilt.
La sfida dei consumi e le strade possibili
C’è chi punta sui data center orbitali, chi guarda al nucleare come fonte di alimentazione, e poi c’è chi preferisce concentrarsi sull’ottimizzazione delle tecnologie che già abbiamo. Forse prima o poi salterà fuori la soluzione definitiva. Nel frattempo, qualcuno ha deciso di ripartire dalle fondamenta, ovvero dai chip che rendono possibile tutto il lavoro di calcolo.
Ed è qui che entra in gioco il lavoro dei ricercatori Kavya S. Keremane e Bed Poudel. Il loro dispositivo unisce biologia ed elettronica, creando un sistema che imita il funzionamento dei neuroni umani. L’ostacolo storico dell’elettronica biologica è sempre stato uno solo: far comunicare i chip con le strutture organiche. Problema che i due hanno aggirato modificando il DNA sintetico con nanoparticelle d’argento, trasformandolo in un conduttore elettrico stabile.
Come funziona il dispositivo
Il filamento ottenuto sfrutta la densità impressionante del materiale biologico, al punto che un solo grammo può contenere circa 215 milioni di gigabyte. Sopra questa base viene applicata la perovskite cristallina, un materiale già noto nei pannelli solari di ultima generazione, che regola il flusso di carica a tensioni inferiori a 0,1 volt. Questo componente, chiamato memristore, non ha bisogno di energia costante per conservare i dati e li elabora direttamente dove sono memorizzati.
In questo modo sparisce il classico collo di bottiglia di tutti i computer attuali, quelli che devono spostare di continuo i dati tra memoria e processore. Il chip lavora imitando il cervello umano, che esegue calcoli complessi con appena 20 watt. Il confronto con i sistemi di oggi è complicato, ma i ricercatori sostengono che operazioni simili richiedono ora consumi nell’ordine dei megawatt.
Il brevetto è stato depositato ad aprile 2026 e i risultati sono usciti sulla rivista Advanced Functional Materials, però il dispositivo resta per ora confinato alle prove di laboratorio. La stabilità del chip è stata testata a temperatura ambiente per sei settimane, e ha dimostrato di reggere fino a 121 gradi celsius. Sui tempi, gli esperti sono cauti: il passaggio dalla ricerca alla produzione industriale richiede di solito una decina d’anni di lavoro.