L’idea di un cerotto a ultrasuoni per curare il cuore potrebbe piacere a molti. Proprio quest’idea nei prossimi anni, farà discutere chi si occupa di cardiologia e dispositivi medici. I ricercatori del MIT hanno messo a punto qualcosa che somiglia più a un francobollo che a un apparecchio salvavita, eppure l’idea è proprio quella: regolare il battito del cuore senza mai aprire il torace. Niente bisturi, niente elettrodi infilati nel muscolo cardiaco. Solo un sottile adesivo appoggiato sulla pelle.
I pacemaker tradizionali continuano a salvare milioni di persone ogni anno, su questo non c’è dubbio. Funzionano bene, e l’evoluzione tecnologica li ha resi sempre più affidabili. Il problema, però, resta uno e ben preciso: per installarli serve un intervento chirurgico invasivo, con gli elettrodi che finiscono a contatto diretto con il tessuto del cuore. Ed è esattamente qui che la novità arrivata dai laboratori americani prova a cambiare le carte in tavola, proponendo un’alternativa esterna che evita del tutto la sala operatoria.
Come funziona il cerotto che parla al cuore con il suono
Lo studio che descrive il tutto è stato pubblicato il 2 giugno sulla rivista Nature Biomedical Engineering, e l’approccio scelto è doppio. Da una parte c’è il dispositivo vero e proprio, un cerotto realizzato con un idrogel raffinato che aderisce bene alla cute e contiene piccolissimi trasduttori acustici. Dall’altra entra in gioco la sonogenetica, un settore di ricerca piuttosto avanzato in cui le cellule vengono modificate geneticamente perché rispondano agli impulsi sonori. Detto così sembra fantascienza, ma il meccanismo è più lineare di quanto si pensi.
L’idea degli scienziati è di procedere in due tempi. Prima il paziente riceve una singola iniezione di terapia genica: nei muscoli cardiaci vengono introdotti dei canali ionici speciali, programmati per aprirsi soltanto quando vengono colpiti da determinate frequenze acustiche. Una specie di serratura che si sblocca con la chiave giusta, dove la chiave è il suono.
Poi arriva il momento del cerotto. Lo si applica sul petto, lo si collega a una batteria tascabile e il gioco è fatto. Quando il dispositivo emette l’impulso a ultrasuoni, quei canali si aprono, lasciano entrare il calcio nelle cellule e questo è il segnale chimico che dice al cuore di contrarsi. In pratica, è il battito guidato dal suono.
I risultati dei primi test del MIT
I numeri arrivati dal laboratorio sono incoraggianti. Le prove condotte da Chen Gong, primo autore dello studio, insieme al team guidato dal professor Xuanhe Zhao, hanno mostrato reazioni immediate. Le cellule cardiache umane coltivate in vitro hanno seguito il ritmo degli ultrasuoni senza sbavature. E quando si è passati ai test su modelli animali con aritmie gravi, la frequenza cardiaca si è stabilizzata in fretta.
Il percorso clinico, va detto, non è ancora definito. Quello descritto è lo scenario ipotizzato, non una procedura già pronta per arrivare negli ospedali. C’è poi un dettaglio che pesa: questa soluzione dipende da una batteria esterna, da tenere addosso e da ricaricare o sostituire.