Una frase rimasta tra le righe dei documenti interni di Microsoft ha sollevato più di qualche sopracciglio: l’azienda di Redmond vorrebbe rendere le persone dipendenti dal suo nuovo assistente, chiamato Scout. Non è un’interpretazione forzata né un titolo costruito ad arte, perché quelle parole compaiono nero su bianco nella documentazione aziendale finita sotto i riflettori. E in un momento in cui si discute parecchio del rapporto malsano tra utenti e strumenti basati su intelligenza artificiale, una dichiarazione del genere pesa.
Negli ultimi tempi la dipendenza dagli assistenti digitali è diventata un fenomeno difficile da ignorare. Tanta gente ormai si affida a ChatGPT o a Gemini per qualsiasi cosa, anche per questioni banali, quasi non riuscisse più a fare a meno di una risposta pronta a portata di dito. Quello che cambia, stavolta, è il tono: non si parla di un effetto collaterale indesiderato, ma di un obiettivo dichiarato.
Cosa è Scout e perché se ne parla
Microsoft ha presentato da poco Scout, un assistente di tipo agentico costruito su OpenClaw. La parola chiave qui è proprio “agentico”: non si tratta soltanto di un chatbot che risponde a domande, ma di uno strumento pensato per portare a termine compiti al posto dell’utente. In pratica un assistente che agisce, che esegue operazioni, che si muove in autonomia per sbrigare faccende al posto di chi lo usa.
È un salto rispetto ai classici assistenti conversazionali, e proprio questa autonomia rende il discorso ancora più delicato. Più uno strumento fa le cose per noi, più diventa facile appoggiarsi completamente a lui. Ed è qui che entra in gioco la frase incriminata: i documenti interni mostrano come l’azienda voglia esplicitamente “rendere le persone dipendenti” dal servizio.
Una scelta di parole che arriva nel momento sbagliato
Il problema, più che tecnico, è di sostanza. Quel linguaggio emerge mentre cresce l’attenzione, anche critica, sul tema della dipendenza dall’IA. Sempre più voci si interrogano su quanto sia sano affidarsi a questi strumenti per ogni cosa, e leggere che un colosso come Microsoft punta dichiaratamente a creare assuefazione suona, come minimo, stonato.
Non è la solita formula di marketing che parla di prodotti “irresistibili” o “che non potrai più abbandonare”. Qui il vocabolario è diverso, più crudo, e proprio per questo fa discutere. Una cosa è costruire un servizio talmente comodo da diventare parte della routine quotidiana, un’altra è mettere nero su bianco l’intenzione di agganciare gli utenti rendendoli incapaci di farne a meno.