JuMBO è la sigla che sta facendo discutere mezza comunità astronomica, e a guardare i numeri si capisce perché. Si tratta di pianeti giganti gassosi che vagano nello spazio senza una stella attorno a cui ruotare, e in alcuni casi lo fanno persino in coppia, legati l’uno all’altro dalla sola gravità. Una stranezza che il telescopio spaziale James Webb ha portato alla luce e che, per dirla tutta, ha messo in difficoltà non poche teorie consolidate.
Il nome arriva dall’inglese Jupiter Mass Binary Objects, ovvero oggetti binari con massa simile a quella di Giove. Quando questi sistemi sono comparsi nelle osservazioni, la reazione è stata tutto fuorché unanime. Qualcuno ha esultato per aver trovato una categoria di corpi celesti mai vista prima, altri hanno storto il naso, convinti che dietro ci fosse semplicemente un abbaglio strumentale o un errore di interpretazione dei dati.
Perché questi pianeti orfani mandano in tilt le regole
Il punto è che la formazione planetaria, così come la conosciamo, prevede uno schema abbastanza preciso. I pianeti nascono dal disco di gas e polveri che circonda una stella giovane, aggregandosi piano piano fino a diventare mondi veri e propri. Ma due giganti gassosi che si muovono insieme, senza alcuna stella a fare da riferimento, sono un controsenso bello e buono. Come si sono formati? E soprattutto, come fanno a restare agganciati gravitazionalmente l’uno all’altro senza disperdersi nel vuoto?
Le domande, al momento, superano le risposte. La presenza di questi pianeti giganti orfani è stata però rafforzata dai dati raccolti dalla missione Gaia e dagli strumenti dell’ESO, l’Osservatorio Europeo Australe, che hanno puntato la loro attenzione verso la regione del Centauro. È lì che sono stati individuati questi oggetti vaganti, sia in solitaria sia accoppiati, e la conferma incrociata ha reso molto più difficile liquidare il tutto come una semplice svista.
Cosa cambia per la fisica spaziale
Quando un’osservazione regge a più verifiche indipendenti, diventa complicato ignorarla. Ed è esattamente quello che sta succedendo con questi sistemi binari vaganti. La fisica spaziale si trova davanti a un bivio: o trovare un modo per incastrare questi oggetti nelle teorie esistenti, oppure accettare che qualcosa nei modelli vada rivisto da capo.
Il telescopio Webb, con la sua capacità di scrutare nell’infrarosso zone dello spazio prima inaccessibili, ha riaperto un capitolo che molti credevano già scritto. La danza gravitazionale di questi due giganti gassosi, privi di una stella madre, resta un enigma che divide ancora gli scienziati tra chi ci vede una nuova frontiera dell’astronomia e chi preferisce andarci con i piedi di piombo prima di cantare vittoria. I dati provenienti da Gaia e dall’ESO, nel frattempo, continuano a puntare verso il Centauro, dove questi oggetti vagano indisturbati, in barba a tutto ciò che si pensava di sapere sulla nascita dei pianeti.