Meta ha messo le mani su una nuova pedina nel gioco della robotica, e non si tratta di un dettaglio da poco. La società guidata da Mark Zuckerberg ha completato l’acquisizione di ARI, una startup emergente che lavora proprio su quello che oggi rappresenta il vero nodo da sciogliere: il software che permette ai robot di pensare, muoversi e imparare. Come accade nell’intelligenza artificiale, anche nella robotica i colossi tecnologici se le danno di santa ragione per accaparrarsi i cervelli migliori, quelli capaci di portare gli automi antropomorfi dentro le case e i luoghi di lavoro di tutti i giorni.
La logica dietro la mossa è abbastanza limpida. Per anni il dibattito si è concentrato sull’aspetto fisico dei robot umanoidi, sul design, sui materiali, su come somigliassero o meno a un essere umano. Ma il punto critico è un altro, ed è invisibile a occhio nudo.
Il cervello digitale conta più del corpo
La sfida vera non sta nelle gambe o nelle braccia di metallo, sta nel software di controllo che fa funzionare tutto. I movimenti di base ormai sono gestiti piuttosto bene dalle macchine più avanzate, camminare, afferrare oggetti, mantenere l’equilibrio non sono più imprese impossibili. Resta però un ostacolo che continua a far penare gli ingegneri: le mani. La destrezza delle dita umane, quella capacità di manipolare oggetti delicati con precisione millimetrica, è ancora lontana dall’essere replicata. Servono parecchi affinamenti, e Meta sta lavorando anche su questo fronte.
È qui che l’acquisizione di ARI trova il suo senso. Comprare competenze già mature sul software significa accorciare i tempi e puntare dritto al punto debole dell’intero settore, invece di partire da zero su un terreno dove altri sono già avanti.
Un sistema operativo universale per i robot
L’ambizione, a quanto pare, è ben più grande di un singolo prodotto. L’idea che circola è quella di costruire un sistema operativo universale per i robot, qualcosa che funzioni un po’ come Android per gli smartphone. Una piattaforma comune, insomma, che la società possa concedere in licenza ad altri produttori, lasciando a loro la parte hardware mentre Meta fornisce l’intelligenza che la fa muovere. Se la strategia dovesse andare in porto, l’azienda di Menlo Park si ritroverebbe in una posizione molto comoda: non per forza costruttrice di macchine, ma fornitrice dello standard su cui gli altri costruiscono. Lo stesso schema che ha permesso a Google di dominare il mondo mobile senza dover produrre la maggior parte dei telefoni in circolazione.
La corsa ai robot umanoidi è ormai entrata in una fase concreta, e le grandi aziende lo hanno capito. Chi controllerà il software di base avrà in mano le chiavi di un mercato che promette di crescere parecchio nei prossimi anni. L’operazione su ARI è un tassello che dice molto su dove vuole andare a parare Zuckerberg, e su quanto la partita si stia spostando dal corpo dei robot al loro modo di ragionare.