Chi lavora da casa, a quanto pare, rischia di vedersi sfumare promozioni e aumenti. Il telelavoro non penalizza per scarsi risultati, ma per una questione molto più banale: chi non è fisicamente vicino al capo diventa, semplicemente, meno visibile. E la visibilità, nelle aziende, pesa parecchio. È il cuore di un dibattito che va avanti da quando le imprese hanno cominciato a richiamare i dipendenti in ufficio dopo anni di lavoro a distanza, e che secondo alcuni esperti oggi è più acceso che mai.
La questione si riassume così. I dipendenti che non condividono lo stesso spazio fisico con i propri responsabili, o che non vivono nella stessa città della sede centrale, notano di avere meno occasioni di crescita. Non perché rendano meno, ma perché sono fuori dal campo visivo di chi prende le decisioni.
Lavoro da casa: quando i numeri parlano, la penalizzazione sparisce
C’è uno studio pubblicato sulla rivista Work, Employment and Society che ha messo alla prova questa idea con dati raccolti su mille manager nel Regno Unito. Il risultato è abbastanza eloquente: quando i responsabili non hanno informazioni concrete sul rendimento di un lavoratore remoto, le probabilità che quella persona venga promossa o riceva un aumento calano in modo significativo. Ma c’è un dettaglio interessante. Nel momento in cui ai manager vengono forniti dati oggettivi sulle prestazioni, identici a quelli dei colleghi presenti in sede, la penalizzazione svanisce del tutto.
In pratica il problema non è il rendimento, è la percezione. Una piattaforma globale di risorse umane, Deel, ha rilevato qualche settimana fa che un terzo dei lavoratori europei, il 36 per cento, si dice preoccupato che la distanza fisica stia danneggiando la propria carriera. Più della metà, il 52 per cento, proverebbe ansia se vivesse a più di un’ora dal posto di lavoro. E diverse indagini tra i giovani professionisti confermano la stessa tendenza. Molti scelgono di tornare in ufficio proprio per questo motivo.
Vivere lontano sì, ma a quale prezzo
Il paradosso è evidente. Tanti dipendenti dichiarano che sarebbero disposti a trasferirsi lontano dai centri urbani, o addirittura in un altro Paese, se questo significasse case più accessibili o stare più vicini alla famiglia. Alcuni si dicono persino pronti a lavorare in orari fuori dal comune pur di vivere altrove, gestendo eventuali differenze di fuso orario. Allo stesso tempo, però, raccontano di vedere che il merito da solo non basta a far carriera, e che i loro responsabili, più o meno consapevolmente, tendono a premiare chi incontrano più spesso. Le chiacchiere da corridoio, insomma, si trasformano in opportunità.
Un caso che fa scuola è quello di Dell, che ha avvertito apertamente i dipendenti: chi non vuole rientrare in sede rinuncia anche alle possibilità di promozione. L’azienda ha pure imposto la presenza obbligatoria a tutti coloro che vivono a meno di un’ora dall’ufficio. Si è creata così una divisione netta tra chi viene considerato promovibile per vicinanza e chi resta fuori dalle decisioni che contano, solo per aver scelto di abitare da un’altra parte.
Gli esperti che hanno firmato il rapporto lanciano un monito chiaro. Le aziende che danno per scontato che tutti possano essere sempre presenti non solo fraintendono la propria forza lavoro, ma ne limitano anche le potenzialità. Secondo Deel, con il lavoro ibrido ormai diventato la norma, le vecchie idee sulla prossimità all’ufficio hanno bisogno di una revisione profonda. Allargare i criteri di assunzione potrebbe aprire nuove strade al talento, soprattutto per chi soffre la carenza di competenze.
Lo stesso sondaggio rivela che i dipendenti europei desiderano sempre più spesso allontanarsi dal posto di lavoro per vivere a contatto con la natura. Il 31%, ridurre le spese, il 28%, e dedicare più tempo ai propri cari, il 26%. Quel desiderio, però, si scontra con ciò che molti capi vogliono, e che in molti casi non serve davvero: il controllo. Quasi due terzi dei dirigenti, il 60 per cento, hanno detto che preferirebbero assumere persone nel proprio fuso orario o a una distanza ragionevole. Il 58%, pur ammettendo, nel 51 per cento dei casi, che questa mentalità rende più difficile trovare le competenze di cui hanno bisogno.