BMW e Audi finiscono di nuovo sul banco degli imputati con l’accusa di essere alla guida i più aggressivi sulle nostre strade. A riaccendere la discussione è un’analisi che arriva dalla stampa francese, secondo cui i proprietari dei due marchi premium tedeschi restano legati, nell’immaginario collettivo, ai comportamenti più nervosi e competitivi nel traffico. Niente di nuovo, in fondo: parliamo di uno stereotipo che gira da anni in mezza Europa, al punto da essersi trasformato quasi in un fenomeno culturale. Sorpassi al limite, velocità sostenute, fari usati come arma e distanze di sicurezza ignorate. Tutto questo viene attribuito, quasi per automatismo, a chi siede al volante di certe sportive o di certe ammiraglie tedesche. Eppure, andando a guardare bene i numeri, la faccenda si fa molto meno scontata.
La percezione è particolarmente forte nell’Europa occidentale, dove questi brand vengono associati a uno stile di guida dinamico e, diciamolo, un po’ arrembante. Ma questa reputazione non è caduta dal cielo. Da decenni BMW e Audi hanno costruito la propria identità attorno a prestazioni elevate, piacere di guida e carattere sportivo. Una comunicazione martellante che ha finito per saldare, nella testa della gente, l’equazione tra auto premium tedesca e guida aggressiva. Ci si mettono anche alcuni studi britannici degli ultimi anni, che hanno notato una cosa curiosa: gli automobilisti ricordano con più facilità gli episodi spiacevoli vissuti con conducenti di vetture costose. Tradotto, una manovra azzardata fatta da una BMW resta impressa molto più della stessa identica scena con un’utilitaria qualsiasi. È il classico confirmation bias, ovvero quella tendenza tutta umana a cercare conferme di ciò in cui già crediamo.
I dati reali raccontano una storia diversa
Le compagnie assicurative europee, quelle che ogni giorno mettono il naso dentro incidenti, sinistri e comportamenti a rischio, non trovano nessun collegamento diretto tra il marchio dell’auto e l’aggressività alla guida. A pesare davvero, dicono gli analisti, sono altri fattori: l’età media di chi guida, la potenza del veicolo, il tipo di percorso e il contesto urbano. Un’auto potente, di solito, viene usata su lunghe tratte autostradali o da chi macina parecchi chilometri ogni anno. Più tempo passato in strada significa, banalmente, più probabilità di ritrovarsi in situazioni di guida dinamica o di prendere qualche infrazione. C’è poi un altro aspetto che i ricercatori mettono in fila: il marchio di un’auto funziona spesso da status symbol. E questo spinge inconsciamente gli altri a giudicare con maggiore severità chi si muove a bordo di vetture considerate costose o prestigiose. Insomma, il nodo sembra stare più nella percezione sociale che nel comportamento concreto al volante.
Questi stereotipi resistono anche perché sono il frutto di anni di cultura automobilistica costruita sull’idea della performance. BMW, con il suo storico slogan “piacere di guidare”, e Audi, da sempre legata all’idea di tecnologia sportiva, hanno scolpito un’immagine ben precisa nella mente di chiunque guidi. E poi ci si mettono i social, che amplificano tutto. Video di sorpassi spericolati o episodi di road rage con auto premium protagoniste girano molto, raccolgono visualizzazioni e rinforzano il cliché. Anche quando, a conti fatti, di dati oggettivi a sostegno ce ne sono pochini. Alla fine il vero punto resta la sicurezza stradale, che dipende soprattutto dall’educazione, dal rispetto delle regole e dalla responsabilità di ciascuno, a prescindere dal logo piazzato sul cofano. Ridurre tutto a una guerra di stereotipi tra marchi rischia solo di sminuire una questione ben più larga e complicata.