Un cittadino americano infetto da Ebola è attualmente in cura a Berlino, mentre un altro medico esposto al virus è stato trasferito a Praga. Il motivo? La Casa Bianca avrebbe opposto resistenza al rientro di questi cittadini statunitensi sul suolo nazionale, preferendo dirottarli verso strutture europee. Una vicenda che ha sollevato un vespaio di polemiche. Soprattutto perché gli Stati Uniti dispongono di centri ospedalieri altamente specializzati nella gestione di pazienti affetti da Ebola.
Tutto ruota attorno alla figura di Peter Stafford, un chirurgo di 39 anni che operava nella Repubblica Democratica del Congo durante un’epidemia di Ebola particolarmente aggressiva. 5 persone vicine alla gestione della risposta sanitaria hanno riferito che, nel corso del fine settimana, l’amministrazione Trump si sarebbe opposta al rimpatrio di Stafford, ritardando la sua evacuazione e mettendo potenzialmente a rischio la sua salute. Gli esperti ricordano che nel caso di Ebola il trattamento precoce è fondamentale, perché la malattia può diventare letale nel giro di pochi giorni.
Lunedì i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno confermato che Stafford aveva sviluppato sintomi durante il weekend e che il test per Ebola era risultato positivo nella tarda serata di domenica. In un briefing stampa di mercoledì, Satish Pillai, responsabile della risposta del CDC per l’epidemia, ha dichiarato che Stafford è arrivato in Germania e si trova in condizioni stabili. Anche sua moglie Rebekah, medico pure lei, esposta al virus ma senza sintomi, e i loro quattro figli sono stati trasferiti in Germania. Un altro medico, Patrick LaRochelle. Quest’ultimo lavorava con lo stesso gruppo missionario cristiano degli Stafford, chiamato Serge, è stato invece inviato a Praga per il monitoraggio. La moglie e i figli di LaRochelle, che si trovavano con lui nella Repubblica Democratica del Congo, sono potuti rientrare negli Stati Uniti dopo che il CDC ha stabilito che non erano stati esposti al virus.
Pericolo Ebola: lo scontro politico e le dichiarazioni contrastanti
Il quadro politico dietro questa vicenda è piuttosto teso. Una fonte ha dichiarato in modo netto: “Il presidente e il suo staff non lo volevano negli Stati Uniti”. Un’altra ha confermato: “Non hanno permesso che venisse trasportato negli Stati Uniti”. Va detto che Trump aveva già criticato in passato le decisioni di rimpatriare pazienti americani affetti da Ebola durante precedenti epidemie.
Il portavoce della Casa Bianca, Kush Desai, ha smentito tutto categoricamente, definendo le ricostruzioni “assolutamente false” e attaccando la testata che le ha pubblicate. Desai ha aggiunto che la priorità dell’amministrazione è garantire la salute e la sicurezza dei cittadini e ha elogiato la qualità dell’ospedale tedesco che sta trattando Stafford.
Nel briefing di mercoledì, però, Pillai ha evitato le domande su un possibile rifiuto americano di accogliere i propri cittadini esposti a Ebola. Non ha nemmeno spiegato come siano state scelte Germania e Repubblica Ceca. Paesi che non sono particolarmente noti per la loro esperienza nella gestione di casi di Ebola. Alla domanda diretta se fosse stata la Casa Bianca a decidere il dirottamento, Pillai ha risposto facendo riferimento alla rapidità degli eventi e alla necessità di agire in fretta.
L’epidemia si aggrava e arrivano le restrizioni ai viaggi
L’epidemia, causata dal ceppo virale Bundibugyo, piuttosto raro, è stata confermata venerdì e si è rapidamente trasformata in un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. I numeri sono cresciuti in modo preoccupante. Venerdì si contavano 246 casi sospetti e 65 decessi, saliti mercoledì a 528 casi sospetti e 132 morti.
Oltre al dirottamento dei cittadini americani verso l’Europa, gli Stati Uniti hanno introdotto restrizioni ai viaggi legate all’epidemia di Ebola. I cittadini americani in arrivo dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Uganda o dal Sud Sudan saranno sottoposti a controlli sanitari. Invece i titolari di passaporti non statunitensi che abbiano viaggiato in quei paesi negli ultimi 21 giorni non potranno entrare nel territorio americano.
Il CDC africano ha preso posizione in modo netto, dichiarando che le restrizioni generalizzate ai viaggi e le chiusure delle frontiere non rappresentano la soluzione alle epidemie. Questo perché possono generare paura, danneggiare le economie, scoraggiare la trasparenza e complicare le operazioni sanitarie e umanitarie. Jean Kaseya, direttore generale del CDC africano, ha aggiunto che il percorso più rapido per proteggere tutti i paesi del mondo passa dal sostegno aggressivo al controllo dell’epidemia alla fonte, attraverso partnership, fiducia, scienza e investimenti rapidi nella capacità di preparazione e risposta.
