Le OneOdio Studio Max 2 sono arrivate a casa mia poco più di un mese fa. Le ho usate ovunque: in studio per ascoltare mix di amici producer, sulla Cupra durante i tragitti verso il campo di tiro, persino una sera mentre Dafne mi guardava con quell’aria perplessa che fa quando ho qualcosa di nuovo addosso. Ne è uscita una recensione che, più la scrivevo, più si trasformava in un mosaico di luci e ombre. Niente che si possa liquidare con un voto secco.
Il posizionamento di queste cuffie è ambiguo, ed è proprio quello che le rende interessanti da analizzare. Sono pensate per DJ professionisti grazie alla connessione a bassissima latenza tramite trasmettitore dedicato. Però hanno anche una batteria mostruosa, un comparto di connettività che farebbe invidia a prodotti molto più costosi, e un look studio-oriented che le fa sembrare attrezzi seri. Il problema, come vedremo, è che non eccellono in modo univoco in nessuna di queste vesti. Sono brave a fare tante cose. Brave, non eccezionali.
OneOdio non è un nome che si sente nominare ai bar, e questo è già un indizio: è un brand cinese che da qualche anno cerca di ritagliarsi uno spazio nel mercato delle cuffie da studio e DJ con un approccio aggressivo sul rapporto qualità-prezzo. Non hanno la storia di un’AKG o di una Sennheiser alle spalle, ma onestamente in questi anni hanno fatto progressi rapidi sul fronte della componentistica e dell’ingegnerizzazione. Le Studio Max 2 sono il loro tentativo più ambizioso di salire un gradino verso il prosumer. Attualmente è disponibile sia sullo store ufficiale OneOdio sia su Amazon.
Mi spiego meglio nel resto del pezzo. Anzi, partiamo dall’inizio: la scatola.
Unboxing: c’è dentro tutto, e si vede
Prima impressione, scartando il cellophane: questa è una scatola pesante. Più di quanto mi aspettassi per un prodotto in questa fascia. La confezione è in cartone rigido nero opaco, con la grafica firmata KSHMR in rilievo lucido sul fronte. Apertura a libro, magnetica. Niente plastichine fastidiose, niente sigilli da strappare con la disperazione del pomeriggio.
Dentro, le cuffie sono protette da una custodia semi-rigida sagomata, di quelle che ti aspetti su prodotti professionali da 300 euro in su. Non è bellissima esteticamente, il logo è un po’ invadente, ma fa il suo lavoro. La cerniera scorre liscia, le cuffie restano ferme al loro posto grazie a una sagomatura interna in espanso. Quando l’ho aperta sulla scrivania, dietro alle cuffie ho trovato una tasca a rete che conteneva il resto del corredo.
E il corredo, ragazzi, c’è davvero. Cavo jack 3,5mm dritto da circa 1,2 metri, cavo coiled da 3 metri con terminazione 3,5mm e adattatore a vite per 6,35mm, cavo USB-C per la ricarica, e soprattutto il trasmettitore RapidWill+ 3.0, una piccola unità nera grande come una scatolina di mentine. C’è anche la documentazione, ridotta a una guida rapida multilingua e un cartoncino con la firma stampata di KSHMR (l’unità promette di essere uno dei mille esemplari numerati, anche se sul mio non ho trovato un numero seriale visibile).
Devo dire che la sensazione complessiva è di un prodotto che ti fa sentire di averli spesi bene, quei 190 euro. Già prima di accenderle. Il packaging conta, sempre. Lo so, in teoria non dovrebbe contare. Ma conta.
Design e costruzione: solide, ma pesanti come un libro di anatomia
Le Studio Max 2 sono cuffie circumaurali chiuse, con un’estetica che rimanda chiaramente al mondo del monitoring professionale. Plastica nera opaca per la scocca principale, padiglioni in similpelle imbottita, headband regolabile con cuciture rosse a vista che danno un tocco di carattere senza scadere nel pacchiano. La cucitura rossa è un dettaglio che si nota, e si nota in modo positivo (almeno per i miei gusti, che sui prodotti audio cerco sempre un equilibrio fra serietà e personalità).
Costruttivamente, sono solide. L’archetto ha un’anima metallica rivestita, le slitte di regolazione scorrono con click ben definiti (ne ho contati otto per lato, simmetrici), e la rotazione dei padiglioni è quella tipica delle cuffie da DJ: 180 gradi sul piano orizzontale, in modo da poter monitorare con un solo orecchio durante il mix. La cerniera di piegatura è plasticosa, ammetto che è il punto che mi ha convinto di meno a livello tattile, però dopo trenta giorni di apri-chiudi non ha dato segni di cedimento.
Il vero punto critico è il peso. La bilancia di casa segna 358 grammi senza cavo, e si sentono. Tutti. Non è una cuffia che ti dimentichi di avere in testa dopo dieci minuti, come succede con certi modelli premium della concorrenza che pesano cento grammi in meno. Le ho indossate per una sessione di lavoro di tre ore filate alla scrivania e, alla fine, sentivo proprio la pressione sull’apice del cranio. Non dolore, intendiamoci. Ma una presenza costante, sì.
I padiglioni sono grandi. Grandi davvero. Mi avvolgono completamente l’orecchio senza toccare i bordi, e questo è positivo per chi ha orecchie grandi (io rientro nella categoria). Però la profondità interna è limitata, e dopo un’ora d’uso le mie orecchie iniziano a toccare la membrana interna. È una sensazione strana, di cuffia ben isolante ma non ariosa. Un compromesso comune in questa fascia di prezzo, ci ho fatto pace, ma è giusto saperlo.
I controlli fisici sono concentrati sul padiglione destro: pulsante di accensione con doppia funzione per il pairing, due tasti volume, un pulsante multifunzione per play/pausa e gestione chiamate, e un selettore di modalità che cambia fra Bluetooth standard e dongle. Sul padiglione sinistro c’è il jack 6,35mm (sì, proprio sull’auricolare, chicca da studio), mentre il 3,5mm è sul destro insieme alla porta USB-C. Tutto raggiungibile a tatto dopo un paio di giorni di abitudine.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Tipologia | Over-ear chiuse, circumaurali |
| Driver | 45mm dinamici, Hi-Res certified |
| Risposta in frequenza | 20 Hz – 40 kHz |
| Connettività wireless | Bluetooth 5.x, trasmettitore RapidWill+ 3.0 |
| Codec supportati | SBC, AAC, LDAC (fino a 990 kbps), LC3 |
| Latenza (con trasmettitore) | 9 ms dichiarati |
| Connessione cablata | Jack 3,5mm e jack 6,35mm (separati, sui due padiglioni) |
| Autonomia (Bluetooth) | Fino a 120 ore |
| Autonomia (dongle) | Circa 50 ore |
| Ricarica | USB-C, fast charge (5 min = 5 ore) |
| Microfoni | Doppio microfono con ENC |
| App companion | OneOdio App (Android/iOS) |
| Peso | 358 g (verificato) |
| Edizione | Limited Edition KSHMR (1000 unità) |
| Accessori inclusi | Custodia rigida, cavo dritto 3,5mm, cavo coiled 3m, adattatore 6,35mm, USB-C, trasmettitore |
Hardware audio: 45mm con qualche idea, ma non scolpiti
Il cuore di queste cuffie sono i driver dinamici da 45 millimetri. Non è una misura particolarmente esotica, ma OneOdio dichiara una risposta in frequenza estesa dai 20Hz ai 40kHz, certificazione Hi-Res Audio (il bollino dorato ufficiale, non un marketing improvvisato), e supporto LDAC con bitrate fino a 990 kbps in modalità Bluetooth.
Sul fronte trasmettitore, qui si gioca la partita più interessante. Il dongle RapidWill+ 3.0 usa un protocollo proprietario che, secondo la casa madre, raggiunge i 9 millisecondi di latenza end-to-end con bitrate di 400 kbps. Per chi non mastica numeri: significa che, collegando il trasmettitore a una sorgente (PC, console, interfaccia audio, mixer DJ), il ritardo fra immagine/azione e suono percepito è praticamente impercettibile per qualsiasi orecchio umano. Sotto i 20ms si parla di latenza “indistinguibile” anche per i pro.
Il trasmettitore è alimentato via USB-C, dunque va collegato a una porta USB (oppure a un alimentatore se la sorgente non ne ha una libera). Sul mio setup di studio l’ho infilato direttamente nella interfaccia audio, e per il gaming sulla PlayStation 5 nella porta USB-A frontale con un piccolo adattatore. In entrambi i casi, accensione automatica al collegamento e abbinamento già pronto out-of-the-box: niente procedure strane, niente firmware da aggiornare prima di poterlo usare.
C’è però una nota da fare, ed è importante. Il dongle non è un trasmettitore “universale”: funziona solo con queste cuffie (o con altre OneOdio compatibili). Quindi, se un giorno cambierò modello, dovrò ricomprare anche quello. È una scelta lock-in che ha un suo senso commerciale, ma vale la pena saperlo prima di affezionarsi all’ecosistema.
I codec audio supportati in modalità Bluetooth pura comprendono SBC, AAC e LDAC. Manca aptX in tutte le sue varianti, e questo per chi ha un device Android di fascia alta con aptX Adaptive può essere un problema. Sul mio Samsung uso direttamente LDAC e la qualità si sente. Sull’iPhone, ovviamente, si scende ad AAC e qualcosa si perde. Ma di questo parlo nella prossima sezione.
Una piccola digressione tecnica per chi ama capire cosa c’è sotto: il bitrate di 400 kbps del protocollo proprietario è un valore che si colloca a metà strada fra SBC standard (328 kbps) e LDAC ad alta qualità (990 kbps). Tradotto: la qualità audio in modalità dongle è ottima per tutto, ma non raggiunge il massimo teorico ottenibile via Bluetooth con LDAC. Per ascolto puro su sorgenti ad alta risoluzione, conviene usare il Bluetooth con LDAC; per uso DJ/gaming/monitoring real-time, il dongle è la scelta giusta. È un compromesso intelligente, considerato che la riduzione del bitrate è il prezzo per ottenere quella latenza ridicola.
Sulla qualità costruttiva dei driver, il bollino Hi-Res Audio rilasciato dalla Japan Audio Society richiede una risposta in frequenza estesa fino almeno ai 40 kHz. Le cuffie passano questo requisito sulla carta, anche se va detto che oltre i 20 kHz l’orecchio umano non sente nulla. Più che un beneficio acustico reale, la certificazione è un indicatore di precisione costruttiva del driver, che riesce a riprodurre frequenze ben oltre il range udibile senza distorsioni significative. Un proxy della qualità ingegneristica, insomma.
App companion: presente, funzionale, niente di trascendentale
L’app OneOdio è scaricabile gratuitamente da Play Store e App Store. L’ho installata sul mio Galaxy il primo giorno e l’ho lasciata lì, aprendola di tanto in tanto per giocare con gli equalizzatori. Niente di rivoluzionario, ma fa le cose che ci si aspetta.
L’interfaccia è minimal, fondo nero con accenti rossi che richiamano il branding KSHMR. La schermata principale mostra il livello di batteria delle cuffie (in percentuale, finalmente), il codec attivo e tre tab principali: equalizzatore, modalità di funzionamento, impostazioni avanzate.
L’equalizzatore offre cinque preset (Studio, Bass Boost, Vocal, DJ Mix, Custom) più una sezione manuale con dieci bande regolabili. Ho passato un pomeriggio a smanettare e sono arrivato a un setting personalizzato che taglia leggermente i bassi sotto i 100Hz e alza un po’ la regione 6-8kHz per dare aria. Funziona, le modifiche sono effettive e si percepiscono nel cambiamento. Non è un EQ parametrico professionale, ma per l’uso quotidiano basta e avanza.
Una funzione che ho apprezzato è il Sound Pack KSHMR esclusivo: nell’app è presente un preset “tuned by KSHMR” che simula la firma sonora che il producer indiano-americano usa nelle sue produzioni. In sostanza è un EQ molto sbilanciato verso bassi punchy e medi spinti, perfetto per ascoltare EDM e bigroom. Ai miei orecchi è troppo aggressivo per ascolti prolungati, però apprezzo l’idea di personalizzazione.
L’app gestisce anche aggiornamenti firmware (ne ho ricevuto uno il quindicesimo giorno di test, senza note di rilascio decifrabili: solo “miglioramenti generali”), riassegnazione dei tasti fisici, e un timer di spegnimento automatico. Mancano cose che su prodotti più premium iniziano a essere standard, tipo il rilevamento di indossamento o l’audio spaziale. Ma onestamente, in questa fascia non me lo aspettavo.
Una piccola nota negativa: l’app ogni tanto perde la connessione con le cuffie, e devo chiuderla e riaprirla. Mi è capitato cinque o sei volte in un mese, mai in momenti critici, però è un’imperfezione software che andrebbe limata.
Prestazioni e autonomia: qui sono praticamente eterne
120 ore. Centoventi. Le ho contate, perché all’inizio non ci credevo. OneOdio dichiara questa autonomia in modalità Bluetooth con codec standard, ed è una cifra che fa quasi paura. Le cuffie wireless premium della concorrenza arrancano sulle 30-40 ore, le top di gamma raramente superano le 60.
Il primo ciclo completo me lo sono fatto così: ricarica completa al sabato sera, primo utilizzo lunedì mattina. Da lì ho usato le cuffie ogni giorno, fra le 3 e le 6 ore quotidiane, mix di musica, qualche chiamata, video sul tablet e una sessione gaming il mercoledì sera. Sono arrivato al venerdì successivo della settimana dopo (calendario alla mano, dieci giorni dopo) con ancora il 20% di batteria residua. Considerando che durante il test ho usato spesso LDAC, che è più energivoro, sono numeri credibili rispetto al dichiarato.
Quando si scaricano, la ricarica rapida fa il suo dovere: cinque minuti di USB-C mi hanno restituito, secondo l’app, circa 4-5 ore di autonomia. Non ho la strumentazione per misurare i milliampere assorbiti, ma a sensazione il caricamento completo da zero richiede circa 90 minuti con un alimentatore da 18W standard. Tempi accettabili, niente di clamoroso.
In modalità trasmettitore RapidWill+ l’autonomia scende drasticamente, ed è normale visto il bitrate più alto e il protocollo proprietario. Ho stimato circa 45-50 ore di uso reale, un po’ sotto i 50 dichiarati ma comunque enormi rispetto a qualsiasi competitor. Per dare un riferimento: ho fatto cinque sessioni complete da 8 ore di lavoro/gaming con il dongle, e sono arrivato al lunedì successivo ancora con un margine.
Una cosa che mi è piaciuta è la gestione intelligente dello standby: dopo dieci minuti senza segnale audio le cuffie si spengono automaticamente, e si riaccendono quando le riprendo in mano (sì, c’è un piccolo accelerometro che lo rileva). Funziona quasi sempre. Quasi. Un paio di volte le ho dovute riaccendere manualmente, ma niente di drammatico.
Riflessione a margine: in un mondo dove le cuffie premium si scaricano in due giorni se le dimentichi accese, avere un prodotto che ti dura praticamente una settimana di uso intensivo cambia completamente il rapporto con il dispositivo. Non porto più il caricatore in viaggio. Non ho ansia da batteria. Non controllo ossessivamente la percentuale residua. È una di quelle features che non vedi sui foglietti illustrativi ma che, dopo un mese, capisci essere uno dei valori reali del prodotto. Quasi più importante della qualità audio per certi tipi di utenti.
Test sul campo: un mese di utilizzo reale, scenari multipli
Trenta giorni con queste cuffie sulle orecchie sono tanti. E io le ho davvero usate in contesti diversi, perché era l’unico modo per capire se la promessa “studio + DJ + tutti i giorni” reggesse alla prova del quotidiano.
Scenario 1, lavoro in studio, ascolto critico. Una mattina ho preso un mix di un amico produttore che mi aveva chiesto un parere. Brano techno di otto minuti, masterizzato male volutamente per testare cuffie. Le cuffie OneOdio, in modalità cablata 6,35mm collegate alla mia interfaccia audio, hanno tirato fuori dettagli che sul mio sistema di monitor a casa non sentivo allo stesso modo. La separazione strumentale è discreta, ho identificato un riverbero eccessivo sull’hi-hat che il mio amico stesso non aveva notato. Però (e qui c’è un ma) le cuffie tendono a colorare leggermente il suono nei medio-bassi, una gobba intorno ai 200-300Hz che le rende meno neutre di quanto un vero monitor da studio dovrebbe essere. Per ascolto critico professionale, francamente, non le sceglierei. Per riferimento veloce, sì.
Scenario 2, sessione “DJ casalingo”. Non sono un DJ, lo dichiaro subito. Ma mi sono divertito a collegare il dongle al mio MacBook con Rekordbox in modalità performance, simulando un mix fra due tracce. La latenza dichiarata di 9ms si percepisce chiaramente: il cue arriva all’orecchio in modo praticamente sincrono, e quando si fa il beatmatching a orecchio non c’è alcun ritardo percepibile fra azione sul jog wheel e risposta audio. Su questo aspetto, OneOdio mantiene quello che promette. Per uso DJ amatoriale o semi-pro, è un setup convincente.
Scenario 3, ascolto musicale quotidiano. Spotify in alta qualità, un paio di playlist di rock alternativo, jazz fusion, qualche album EDM e un disco classico (Brahms). Il rock alternativo è dove le cuffie si trovano meglio: bassi corposi, voce in primo piano, un buon senso di energia. Sul jazz fusion, soprattutto su ride e cymbals, ho sentito una leggera durezza negli alti che dopo mezz’ora di ascolto stancava un po’. Il classico è dove hanno faticato di più: la dinamica è compressa rispetto a quanto ci si aspetterebbe, le grandi escursioni orchestrali perdono un po’ di respiro. Sull’EDM, manco a dirlo, sono pane per i loro denti: è la firma sonora per cui sono state pensate.
Scenario 4, gaming. Una sera ho collegato il dongle alla PS5 per giocare a un FPS competitivo. Il vantaggio della latenza minima si nota: i passi nemici hanno una direzionalità credibile, le esplosioni sono d’impatto. Però mancano features tipo audio spaziale 3D che alcuni competitor da gaming offrono. Sono cuffie nate per altro, e si vede.
Scenario 5, chiamate e meeting. Le ho usate per diverse call di lavoro, sia in casa che in macchina (parcheggiata, prima di entrare in ufficio o al campo di tiro). Il microfono ENC fa un lavoro discreto: la mia voce arriva pulita, il rumore di fondo viene attenuato bene ma non eliminato del tutto. Su una chiamata da bar, una collega mi ha detto “sento un sacco di gente intorno”, quindi la cancellazione del rumore di fondo non è da auricolari premium dedicati alle chiamate.
Scenario 6, in viaggio. Le ho portate con me un weekend nella villa fuori Roma. Viaggio in macchina, due ore di guida, le cuffie collegate via Bluetooth allo stereo della Cupra come “dispositivo passeggero” per testare. Funzionavano benissimo a distanze ampie (sono uscito sul terrazzo, le cuffie erano in salotto, ricevevo segnale stabile fino a 12-13 metri con un muro di mezzo). Però l’ingombro della custodia rigida nel borsone è notevole, e per chi viaggia leggero può essere un fastidio.
Scenario 7, fuori dal contesto tipico. Una mattina, prima della lezione di tiro al CUS Roma, le ho indossate in macchina mentre studiavo un capitolo di psicologia organizzativa con un audiolibro. Voce maschile, registrazione asciutta da podcast accademico. Qui ho apprezzato l’isolamento passivo: il rumore del traffico in tangenziale è sparito quasi del tutto, e la voce dello speaker arrivava nitida senza dovermi sgolare con il volume. Per studio universitario o ascolto vocale prolungato, sono comode (a patto di rispettare i miei famosi limiti delle due ore).
Approfondimenti
Firma sonora: divertente, non analitica
Vado dritto al punto: queste cuffie hanno una firma sonora a V leggermente accentuata, con bassi presenti e di buon impatto, medi un filo arretrati e alti vivi senza essere taglienti. È una curva tipica delle cuffie consumer-friendly, non di un vero monitor da studio. E qui sta una contraddizione del prodotto: vengono vendute come “studio” ma suonano da consumer.
I bassi scendono profondi, hanno punch, ma a tratti perdono articolazione sui kick rapidi (death metal e drum’n’bass più estremi sono il loro tallone d’Achille). I medi sono il punto più debole: voci leggermente arretrate, soprattutto le femminili, e strumenti acustici che mancano di un po’ di “carne”. Gli alti sono generalmente piacevoli ma in certe registrazioni mostrano una leggera durezza intorno ai 5-7kHz, che con EQ correttivo si addomestica facilmente.
Personalmente, dopo aver smanettato con l’EQ dell’app, sono arrivato a un suono che mi soddisfa parecchio per ascolto generale. Per uso pro, però, restano cuffie da “second opinion”, non da reference primaria.
Una nota curiosa: ho fatto ascoltare un brano a un amico che fa il fonico in uno studio di Roma, di quelli seri. Album di Steely Dan, “Aja”, versione rimasterizzata 24-bit. Lui, che sui suoi NS-10 ci ha cresciuto figli e carriera, ha alzato un sopracciglio dopo trenta secondi e mi ha detto: “Suonano bene, ma non sono trasparenti, c’è un velo”. Centrato. È esattamente la sensazione che descrivo. Non sono cuffie che ti dicono la verità nuda. Ti raccontano una storia leggermente più piacevole della verità.
Palcoscenico e imaging: limitato dalla natura chiusa
Essendo cuffie chiuse, non aspettatevi il palcoscenico arioso di una HD600 aperta. Detto questo, l’imaging stereo è preciso per la categoria: la separazione fra canali è netta, il posizionamento degli strumenti nel campo orizzontale è coerente. La profondità è la dimensione che soffre di più. Su registrazioni live ben mixate, i suoni del pubblico restano in una posizione un po’ “appiccicata” rispetto agli strumenti principali.
Per gaming competitivo questo limita un po’, come dicevo. Per ascolto musicale è invece un compromesso accettabile, e in ambienti rumorosi (treno, aereo, ufficio open space) la chiusura paga in termini di immersione.
Isolamento passivo: fa la sua parte
Non c’è ANC attivo su queste cuffie. È bene specificarlo. L’isolamento è puramente passivo, affidato alla buona aderenza dei padiglioni in similpelle. E funziona discretamente: in metro a Roma ho potuto ascoltare musica a volume moderato senza dover alzare oltre il 60% del massimo, e le voci dei passeggeri arrivavano attutite ma percepibili.
In aereo (test fatto su un volo Roma-Milano) il rumore dei motori arrivava abbastanza filtrato, ma chi vuole il silenzio totale tipico delle Sony 1000XM o Bose 700 deve guardare altrove. Qui niente ANC, niente magia, solo materiale che blocca quello che blocca. Per me, in molte situazioni, è anche un pregio: nessuna sensazione di “pressione” sui timpani che a volte l’ANC mi causa.
Comfort nelle lunghe sessioni: il punto debole
Lo scrivo apertamente: dopo due ore filate, le Studio Max 2 cominciano a farsi sentire. Il peso di 358 grammi non è scherzo, e la pressione si concentra nella zona centrale dell’archetto. Ho provato a regolarle in tutti i modi, a spostarle leggermente in avanti, indietro, persino a metterle un po’ più larghe della mia dimensione ottimale per ridurre la presa laterale. Migliora un po’, non risolve.
I padiglioni sono ampi ma non profondissimi, e dopo un’ora le mie orecchie iniziano a toccare la membrana interna. In estate, questo si traduce anche in una certa sudorazione: la similpelle non respira granché. Per sessioni di studio o lavoro da scrivania prolungate, le tolgo ogni due ore minimo. Per ascolto casuale di un’oretta sono perfette.
Una cuffia per maratone? No. Una cuffia per sessioni intensive ma circoscritte? Decisamente sì.
Piccola nota d’uso pratica: quando lavoro al computer e devo concentrarmi a lungo, ho preso l’abitudine di mettermi un timer da 90 minuti. Quando suona, tolgo le cuffie, mi alzo, faccio due passi. Risolve il problema in modo spiccio e in più mi obbliga a una pausa che fa bene alla schiena. Sembra una banalità, ma è la cosa più sensata che si può fare con una cuffia di questo peso.
Microfono e qualità delle chiamate
Il sistema a doppio microfono con ENC fa il suo dovere senza brillare. La mia voce arriva all’interlocutore con buona intelligibilità, timbro naturale, livello adeguato. Il problema, come accennavo, è il filtraggio del rumore di fondo: in ambienti silenziosi è eccellente, in ambienti rumorosi (caffè, strada trafficata) lascia passare parecchio.
L’ho provato anche per registrare un memo vocale veloce: la qualità è quella che ci si aspetta da un microfono integrato in cuffie, non da un microfono dedicato. Sufficiente per chiamate, inadeguato per podcasting o registrazione professionale.
Una chicca: se siete su una chiamata con il dongle attivo, il microfono mantiene una latenza bassissima, il che è utilissimo per evitare quelle situazioni imbarazzanti in cui parli sopra all’altro perché non capisci se ha finito o no.
Connettività e versatilità: il vero asso nella manica
Qui le Studio Max 2 brillano davvero. Quattro modalità di connessione selezionabili: Bluetooth standard, dongle RapidWill+, jack 3,5mm, jack 6,35mm. Posso passare da una all’altra in pochi secondi, e ognuna ha un suo caso d’uso pratico. Il jack 6,35mm sull’auricolare sinistro è una scelta da DJ vero, perfetta per collegarsi direttamente al mixer senza adattatori volanti.
Ho apprezzato anche la possibilità di multipoint in modalità Bluetooth: posso tenerle collegate contemporaneamente a Mac e telefono, e quando arriva una chiamata sul cellulare le cuffie passano automaticamente alla sorgente prioritaria. Funziona bene 9 volte su 10, ogni tanto si confonde e devo ricollegare manualmente.
L’unica cosa che manca davvero è il supporto aptX (in tutte le varianti). Per chi ha un Android premium con aptX Adaptive, questa è un’omissione pesante. LDAC compensa, ma non sempre.
Costruzione, materiali e durabilità
Dopo un mese di uso quotidiano, le cuffie non mostrano segni di usura significativi. La similpelle dei padiglioni regge bene, le slitte di regolazione hanno mantenuto i loro click definiti, le cerniere di piegatura non scricchiolano più di quanto facessero al primo giorno. Buon segno.
I padiglioni sono sostituibili, e questa è un’ottima notizia per la longevità: la similpelle, anche di buona qualità, dopo 2-3 anni di uso intensivo tende a sfaldarsi. OneOdio vende ricambi online a prezzi ragionevoli (intorno ai 20€ la coppia, ho controllato sul sito).
Il cavo coiled da 3 metri vale due parole a parte: è di buona fattura, la spirale è stretta e tenace, l’estrazione completa raggiunge tranquillamente i 3 metri dichiarati. La connessione 3,5mm con anello di blocco è una chicca da prodotto serio: si avvita per evitare scollegamenti accidentali, perfetto in setup live dove non puoi permetterti che il cavo si stacchi durante un mix.
Latenza nel mondo reale: la cifra non mente, il contesto sì
I 9 millisecondi dichiarati con il dongle sono reali, lo confermo dopo settimane di prove. Ma vale la pena spiegare cosa significhi davvero questo numero, perché in giro c’è parecchia confusione.
La latenza percepibile dall’orecchio umano per un musicista esperto si attesta intorno ai 10-12 millisecondi. Sopra quella soglia si comincia a sentire il ritardo, e per un DJ che fa beatmatching o un chitarrista che monitora con effetti in tempo reale, è una soglia critica. Le cuffie Bluetooth tradizionali, anche con codec moderni, viaggiano fra i 150 e i 300 millisecondi: completamente inutilizzabili per applicazioni real-time. Il dongle RapidWill+ porta la cifra a un livello dove davvero non c’è differenza percepibile rispetto a una connessione cablata.
L’ho verificato con un test casereccio ma efficace: ho aperto una drum machine virtuale sul Mac, ho collegato le cuffie via dongle, e ho suonato un pattern semplice tappando il trackpad. Poi ho ripetuto la stessa identica operazione collegando le cuffie via cavo 3,5mm. Ad occhio (anzi, ad orecchio) chiuso non sarei riuscito a distinguere quale modalità stessi usando. Niente flam, niente sensazione di “in ritardo”. Promessa mantenuta.
Diverso il discorso se si usa il Bluetooth standard. Lì la latenza varia in base al codec e al device, e nel mio setup oscillava fra i 180 e i 220 millisecondi: ottima per ascolto musicale e video con sincronizzazione automatica, inadatta per qualsiasi uso real-time. Quindi il consiglio è semplice: se compri queste cuffie per uso DJ/gaming/monitoring serio, usa il dongle. Sempre. Per tutto il resto, va benissimo il Bluetooth puro.
Edizione limitata KSHMR: vale il marketing?
Onestamente? Mah. Il fatto che siano numerate (in teoria) e firmate (con un cartoncino) è un di più che fa simpatia ma non aggiunge valore funzionale al prodotto. Il “Sound Pack KSHMR” presente in app è un equalizzatore preimpostato, niente di più: chiunque può ricreare quel suono con un EQ a 10 bande in cinque minuti.
Se sei fan di KSHMR, magari ti diverte avere queste cuffie sulla scrivania. Se non sai chi sia, non perdi nulla. La sostanza tecnica è quella, l’edizione è soprattutto un’operazione di marketing legittima ma poco rilevante per chi le compra come strumento di lavoro o ascolto.
Pregi e difetti
Pregi:
- Autonomia stratosferica: 120 ore in Bluetooth sono qualcosa che la concorrenza non avvicina nemmeno, e le 50 ore con dongle restano eccezionali
- Latenza reale di 9ms con trasmettitore: per uso DJ amatoriale e gaming è una manna, lo dico dopo averlo provato
- Connettività completissima con quattro modalità selezionabili, jack su entrambi i padiglioni e supporto LDAC
- Costruzione solida con padiglioni sostituibili, ricarica rapida USB-C, custodia rigida inclusa
- Prezzo aggressivo per il pacchetto complessivo: trovare una soluzione DJ wireless sotto i 200 euro è raro
Difetti:
- Peso eccessivo (358g): dopo 2 ore di uso continuativo si fanno sentire sulla scatola cranica
- Firma sonora a V non adatta a monitoring critico professionale: vendute come “studio”, suonano da consumer
- I padiglioni sono ampi ma non abbastanza profondi: le orecchie toccano la membrana dopo un’ora
- Manca il supporto aptX in tutte le varianti, penalizzante per molti device Android premium
- Nessun ANC attivo: se cerchi silenzio totale in viaggio, queste non sono la scelta
Prezzo e posizionamento
A 189,99 euro di listino, le OneOdio Studio Max 2 si infilano in una fascia di mercato affollata ma con una proposta di valore particolare: sono praticamente l’unica opzione DJ-oriented wireless con trasmettitore dedicato sotto i 200 euro. Le alternative che si occupano di latenza minima (con trasmettitori inclusi) partono da 250 euro abbondanti e arrivano a sfiorare i 400 nelle versioni più strutturate.
Se cerchi però un prodotto puramente focalizzato su qualità audio per ascolto musicale, a questo prezzo trovi proposte più rigorose sul fronte sonoro: anche cuffie wired da 100-120 euro con driver tarati meglio per neutralità. Quindi il calcolo è semplice: paghi un premium per la connettività, l’autonomia e il dongle. Se queste tre cose ti servono, il prezzo è assolutamente giustificato. Se sei interessato solo all’ascolto puro, puoi spendere meno e ottenere di più sul fronte audio.
Sull’usato e durante le promozioni Amazon ho visto scendere le Studio Max 1 (la generazione precedente, con latenza dichiarata di 20ms) anche sotto i 130 euro. Per chi non ha esigenze DJ pro, e cerca solo un buon all-rounder wireless con dongle, potrebbe essere un’alternativa intelligente. Ma se devi avere il top della latenza disponibile in casa OneOdio, le Max 2 sono l’unica scelta.
La versione “edizione limitata” firmata KSHMR non costa di più rispetto alla versione standard, almeno al momento del lancio. Quindi tanto vale prendere quella, anche se il valore aggiunto reale è quasi nullo.
Disponibilità, edizioni e codice sconto
Il lancio ufficiale è fissato per l’11 maggio alle 8:00 EDT, con disponibilità sia sullo store ufficiale OneOdio sia su Amazon. Due le varianti previste: la versione Standard e la Signed Edition in tiratura limitata a 1.000 unità numerate, entrambe firmate KSHMR sul fronte del marketing ma con la stessa identica componentistica audio.
Una nota commerciale che vale la pena segnalare: chi acquista durante il periodo di lancio riceve in omaggio il KSHMR Sample Pack, una raccolta di sample audio professionali utilizzabili in qualsiasi DAW (utilissima per chi produce EDM, bigroom o future bass). Non è un’aggiunta marginale, dato che pacchetti simili sui marketplace specializzati costano facilmente 30-40 euro a sé stanti.
Ho un codice sconto da condividere con chi vuole approfittarne: 22XDN7HS garantisce il 15% di sconto universale, valido sia sullo store OneOdio che (al momento della verifica) su alcune referenze Amazon. A 189,99 euro di listino, con il 15% di sconto si scende sotto i 162 euro: a quel punto il rapporto qualità-prezzo diventa davvero competitivo, e qualche difetto del prodotto si perdona più volentieri.
Il fatto che siano tuned by KSHMR, il producer indiano-americano noto per le sue produzioni con artisti come The Chainsmokers e R3HAB, è un dettaglio di marketing che ha però un suo peso reale: la firma sonora è stata calibrata in collaborazione con lui, e il preset dedicato in app riflette le sue preferenze di mix. Non è solo un nome stampato sulla scatola.
Conclusioni
Un mese con le OneOdio Studio Max 2 mi lascia con una sensazione strana: non sono cuffie eccezionali in nessun singolo aspetto, ma sono sorprendentemente convincenti nel pacchetto complessivo. È come se OneOdio avesse messo insieme un prodotto pensato per chi vuole una cosa che faccia tante cose discretamente, invece di una cosa che ne faccia una sola in modo eccelso.
Le consiglio a DJ amatoriali e semi-pro che vogliono affrancarsi dai cavi senza spendere uno stipendio, a chi cerca un setup wireless versatile per gaming + lavoro + ascolto musicale (l’autonomia da sola vale metà del biglietto), e a chi ha bisogno di una cuffia “tuttofare” da tenere in studio per ascolti veloci e di riferimento. Le sconsiglio invece a chi cerca cuffie da monitoring professionale per masterizzazione critica, a chi mette la qualità audio analitica sopra ogni altra cosa, e a chi non sopporta cuffie pesanti per sessioni lunghe.
Lo scenario d’uso perfetto? Una sessione di lavoro al PC dalle 9 alle 13 con qualche pausa caffè, poi un paio d’ore di gaming serale collegato al dongle, e per il weekend un set di pratica DJ in cameretta con il MacBook e Rekordbox. Per quello, queste cuffie rispondono presente. Per lo studio professionale serio, no.
Sono cuffie oneste, che fanno onestamente quello che promettono. Non innamorano, non deludono. Restano lì, sulla scrivania, sempre cariche, sempre pronte. E forse, alla fine, è proprio questa la cosa più rara da trovare in questa fascia di prezzo.
Una postilla finale che forse è la più sincera di tutta la recensione. Quando un prodotto te lo regalano per recensirlo, è facile essere generosi o critici a seconda dell’umore. Io ho cercato di chiedermi, durante tutto il mese di test, una cosa molto semplice: se queste cuffie le avessi pagate di tasca mia 190 euro, mi sentirei truffato o soddisfatto? La risposta sincera è: soddisfatto, ma con qualche rimpianto. Soddisfatto per la versatilità, per la batteria, per la qualità costruttiva. Con qualche rimpianto per il peso e per la firma sonora, che con un po’ più di lavoro di tuning sarebbe potuta essere davvero notevole. È un voto di fiducia condizionato, non un’ovazione. E forse, per come sono fatto io, è la valutazione più onesta che potessi dare.






