Ammettiamolo: il dibattito sull’uso della intelligenza artificiale nell’intrattenimento non è più teoria da congresso, è carne viva. L’ultimo capitolo lo firma una mini-serie pubblicata su YouTube, intitolata On This Day… 1776, creata da Time in collaborazione con lo studio di IA Primordial Soup, fondato da Darren Aronofsky. Il progetto promette di ricostruire momenti della Rivoluzione americana — dall’innalzamento della Grand Union Flag a Prospect Hill alla diffusione di Common Sense di Thomas Paine — usando modelli di Google DeepMind. Episodi brevissimi, meno di cinque minuti l’uno, pensati per il consumo rapido: pillole storiche confezionate con tecnologie d’avanguardia. Nella nota stampa, la produzione ribadisce la presenza del fattore umano: artisti in carne e ossa, doppiatori del sindacato SAG, una sala sceneggiatori guidata da Lucas Sussman. Aronofsky figura come produttore esecutivo, un nome molto forte in apertura che ha innalzato — e poi esposto al fuoco — le aspettative.
Il pubblico reagisce (male) e i dettagli che fanno infuriare
La reazione è stata rapida e, per molti, implacabile. Il trailer ha accumulato numeri netti: circa 18.000 “non mi piace” contro 767 “mi piace” — una bocciatura che sfiora il 96%. E non è solo una questione di freddi numeri. I commenti su YouTube hanno elencato difetti che paiono usciti da un glitch show: dentature impossibili sui personaggi, fiocchi di neve che cadono verso l’alto, fiamme che tremolano in modo innaturale fuori dalle lanterne. Un dettaglio che ha fatto esplodere l’ironia è la scritta “AMEREED” sul volantino di Thomas Paine, al posto di “America”. C’è rabbia tecnica, certo, ma soprattutto un sentimento più profondo: tradimento. Perché se scrolliamo senza pensarci video IA surreali sui social, poco importa. Quando il medium cerca di essere “serio” — una serie storica, un pezzo di narrazione che reclama autorevolezza — l’uso massiccio dell’IA viene percepito come una scorciatoia, una mancanza di rispetto verso la materia. Molti spettatori non riescono a conciliare l’associazione del nome di Aronofsky — legato a cinema profondamente umano e psicologico — con un prodotto che mostra evidenti smagliature generative.
Cosa ci dice questa polemica sul futuro dell’intrattenimento
Se c’è una cosa chiara, è che non si tratta solo di cattiva CGI o di rendering da rivedere. Questa vicenda si inserisce in una catena più lunga di controversie sull’uso dell’IA: preoccupazioni degli artisti per il lavoro, questioni etiche sulla creatività, e il modo in cui grandi aziende — si pensi alle recenti prese di posizione di nomi come Amazon — intendono integrare l’IA nei contenuti. Qui si sommano aspettative di qualità, autorialità e, non meno importante, fiducia. Il pubblico chiede trasparenza: quanto dell’output è stato generato automaticamente? Quanto è frutto dell’intervento umano? Aronofsky, al momento, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche che spieghino la sua posizione o il grado del suo coinvolgimento creativo. E così la polemica resta lì, aperta, pronta a rinfocolarsi ogni volta che uscirà un altro esperimento simile. Forse la lezione deve essere questa: l’IA può essere uno strumento potente, ma quando giochi con la storia, con il linguaggio emotivo del racconto e con nomi che promettono profondità, gli errori non sono solo tecnici — diventano casi simbolici. E la gente reagisce, rumorosamente.
