Il termine vibe coding è ormai ovunque nel mondo della programmazione assistita dall’intelligenza artificiale, eppure chi ha contribuito a renderlo popolare sembra volerlo superare. Boris Cherny, creatore di Claude Code e responsabile dell’ingegneria agentica di Anthropic, ha raccontato come stia cambiando concretamente il rapporto tra chi sviluppa software e gli strumenti generativi. E la questione è meno banale di quanto sembri, perché dietro un’etichetta diventata quasi uno slogan si nasconde un cambio di paradigma che tocca produttività, sicurezza e persino il mercato del lavoro.
Il vibe coding, per chi non mastica il gergo, indica un modo di programmare in cui lo sviluppatore non scrive necessariamente ogni singola riga di codice. Piuttosto, orchestra il comportamento dell’intelligenza artificiale attraverso prompt, istruzioni progressive e verifica dei risultati. La crescita di strumenti come Claude Code, Cursor, Windsurf e GitHub Copilot ha spinto questo modello soprattutto tra startup, team piccoli e chi fa prototipazione rapida. Cherny lo descrive come qualcosa di più simile alla direzione creativa che alla scrittura tradizionale: si definiscono obiettivi, vincoli architetturali e standard di qualità, poi l’IA produce implementazioni che vengono corrette, guidate o rigenerate. Un po’ come il rapporto tra un ingegnere senior e uno sviluppatore alle prime armi.
Ma attenzione: Anthropic non sta dicendo che basta sedersi e lasciare fare tutto alla macchina. Al contrario, secondo Cherny gli sviluppatori più efficaci sono quelli che sanno alternare automazione e verifica critica. Nel settore si parla sempre più spesso di un fenomeno chiamato automation complacency, già studiato a fondo nell’aviazione e nei sistemi industriali. Quando ci si fida troppo dell’automazione, la capacità di individuare errori cala progressivamente. E nel software questo si traduce in vulnerabilità silenziose, dipendenze non sicure e regressioni logiche che passano inosservate.
Contesto, sicurezza e problemi ancora irrisolti
A differenza di tanti assistenti di coding integrati negli editor grafici, Claude Code è nato come strumento da terminale pensato per sviluppatori esperti. Può leggere repository, modificare file, eseguire comandi shell, analizzare stack trace e generare patch complete. Anthropic lo ha costruito attorno alla famiglia Claude 3, in particolare le varianti Sonnet e Opus ottimizzate per il ragionamento e la manipolazione del codice.
Eppure, nonostante i progressi, la gestione di codebase di grandi dimensioni resta uno dei nodi tecnici più complicati. I modelli linguistici lavorano dentro finestre contestuali finite, e i repository aziendali reali possono superare rapidamente questi limiti anche con context window da 200.000 token. Claude Code affronta il problema usando retrieval augmented generation, ranking semantico dei file e compressione contestuale. Cherny ha spiegato che uno degli errori più frequenti è dare al modello troppo contesto anziché quello giusto: l’eccesso di dati può far peggiorare il ragionamento e aumentare le cosiddette allucinazioni.
C’è poi la questione della sicurezza, tutt’altro che marginale. Un agente capace di eseguire comandi shell o modificare file in automatico ha bisogno di sandboxing rigoroso e permessi granulari. Anthropic dichiara di aver implementato meccanismi di limitazione operativa e approvazioni esplicite, ma il rischio va oltre il semplice errore accidentale. Tecniche come la prompt injection e la manipolazione dei repository possono alterare il comportamento dell’agente in modi difficili da intercettare.
L’impatto del vibe coding si fa sentire anche sul fronte occupazionale. Diversi specialisti del settore hanno già lanciato l’allarme: con l’adozione su larga scala di questo approccio, sono molti i posti di lavoro potenzialmente a rischio.
