La dermatite nodulare contagiosa è tornata a far parlare di sé in Italia, e questa volta il fronte più caldo è la Sardegna. Un nuovo focolaio è stato confermato a Ballao, nel Sud dell’isola, dopo le analisi condotte dall’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo, che funge da centro di riferimento nazionale. Il caso si aggiunge a quelli già registrati a Muravera e Villaputzu, tutti nel territorio del Gerrei, e ha fatto scattare immediatamente i protocolli di sicurezza previsti dalle norme europee. Le conseguenze si sono viste subito: le restrizioni alla movimentazione degli animali hanno portato, tra le altre cose, all’esclusione dei tradizionali buoi dalla sfilata di Sant’Efisio a Cagliari, un evento che ogni anno coinvolge migliaia di persone.
Come funziona il virus e perché è così difficile da contenere
La dermatite nodulare contagiosa, conosciuta anche con il nome internazionale di Lumpy Skin Disease (Lsd), è provocata da un virus appartenente al genere Capripoxvirus. E qui c’è un dettaglio che la rende particolarmente insidiosa: non si trasmette per contatto diretto tra un capo e l’altro. A fare da “postini” del contagio sono i cosiddetti vettori ematofagi, ovvero mosche, zanzare e zecche, che trasportano il patogeno mentre si nutrono del sangue degli animali. Questo significa che la velocità con cui il virus si diffonde dipende molto dalle condizioni climatiche e dalla quantità di insetti presenti sul territorio. Un fattore che, ovviamente, rende il controllo epidemiologico parecchio complicato.
Negli animali colpiti, i primi segnali sono febbre alta, perdita di appetito e un calo netto nella produzione di latte. Ma il segno più evidente è la comparsa di noduli cutanei sodi, con un diametro che va dai due ai cinque centimetri, localizzati su testa, collo, mammelle e zone genitali. Nei casi più gravi possono subentrare mastiti, cheratiti e perfino aborti, con un deperimento rapido dell’animale. Detto questo, va chiarito un punto fondamentale: la dermatite nodulare contagiosa non è una zoonosi. Il virus non è in grado di infettare l’essere umano. Nessun rischio, dunque, legato al consumo di carne o latte, e neppure al contatto diretto con animali malati. Tutta l’attività di sorveglianza delle autorità è rivolta esclusivamente alla protezione del patrimonio zootecnico e alla tenuta economica delle aziende agricole.
L’emergenza in Sardegna e la situazione nel resto d’Italia
La gestione di questa emergenza in Sardegna richiede misure piuttosto drastiche, perché l’obiettivo è evitare che il virus diventi endemico. I numeri parlano chiaro: a fronte di sei capi risultati infetti e due decessi naturali, le autorità hanno dovuto procedere all’abbattimento di 179 animali per spezzare la catena del contagio. Le perdite economiche, però, non si fermano qui. C’è il calo di produttività degli allevamenti, ci sono i costi della sanificazione e quelli della protezione antiparassitaria, che pesano e non poco sulle aziende coinvolte. Le autorità veterinarie raccomandano agli allevatori di segnalare subito qualsiasi sintomo sospetto alla Asl di riferimento e di limitare il più possibile gli spostamenti di animali e persone, che possono agire involontariamente come vettori meccanici del virus.

