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Attenzione: non è più possibile chiedere il reso gratuito?

Il fenomeno delle restituzioni frequenti dei prodotti acquistati online sta subendo una svolta significativa nel 2024. Una serie di rivoluzioni in corso potrebbero, infatti, segnare la fine dell’epoca del reso gratuito. La spinta a questa trasformazione proviene principalmente dal Regno Unito. Qui, secondo il New York Post, l’80% dei rivenditori online ha introdotto commissioni per la restituzione degli articoli.

Stiamo per dire addio al reso gratuito?

Zara, una delle aziende che ha aperto la strada a questa nuova politica, ha già implementato un addebito di 1,95 sterline per il rimborso su resi effettuati attraverso punti di consegna di terze parti, come gli uffici postali. Questo trend si è diffuso anche in Giappone con Uniqlo e nel Regno Unito con Asos. Infatti, entrambe catene di abbigliamento ora applicano commissioni per i resi.

Negli Stati Uniti, il fenomeno sta guadagnando terreno con aziende come Zara, Macy’s, Abercrombie & Fitch, J. Crew ed H&M che stanno introducendo commissioni che possono arrivare fino a 7 dollari per le restituzioni tramite resi postali. Persino Amazon, gigante del commercio online, sta adottando una politica più restrittiva. Infatti, l’azienda e-commerce sta applicando una tassa di 1$ in alcuni casi specifici di resi tramite UPS Store, nonostante molte opzioni di reso gratuite siano ancora disponibili.

Al momento, in Italia Amazon non ha apportato modifiche alla sua politica sui resi, ma la situazione potrebbe evolversi in futuro. Attualmente, Zara prevede resi gratuiti solo se l’articolo viene restituito direttamente in negozio. Mentre H&M offre resi gratuiti solo per i membri

, addebitando una tariffa di 2,99 euro agli altri acquirenti.

Cosa sta accadendo con il mondo dell’e-commerce

La motivazione dietro questo cambio di politica è legata principalmente a una crescente problematica: il fenomeno del “bracketing“. Sempre più consumatori acquistano lo stesso prodotto in diverse taglie e/o colori con l’intenzione di tenere solo quello preferito e restituire gli altri a costo zero. Questo comportamento, seppur diffuso, ha un impatto economico e ambientale significativo.

Secondo la National Retail Federation, il 17% della merce totale acquistata online negli Stati Uniti nel 2022 è stato restituito, per un totale di 816 miliardi di dollari. Questo fenomeno non solo comporta costi elevati per le aziende, che devono riportare gli articoli restituiti al loro stato originale prima di rimetterli in vendita, ma contribuisce anche all’inquinamento ambientale attraverso l’uso di risorse energetiche, materiali e umane.

La fine del reso gratuito potrebbe quindi essere vista come una misura necessaria per affrontare sia le sfide ambientali che economiche. Le istituzioni, specialmente nell’Unione Europea, stanno già cercando di regolamentare in modo più stringente le politiche aziendali in materia di sostenibilità, ma è evidente che ulteriori sforzi sono necessari. La fine del reso gratuito diventa quindi non solo una scelta pragmatica, ma anche un richiamo a una maggiore responsabilità sociale, coinvolgendo attivamente i consumatori nella lotta contro il cambiamento climatico e l’inquinamento. Solo attraverso un impegno sinergico di tutte le parti sociali si potrà affrontare con successo la sfida ambientale attuale.

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Pubblicato da
Margareth Galletta