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Covid, quasi il 90% dei casi sono di variante inglese: perché fa così paura

Come avevano previsto gli esperti, l’outbreak del Covid dovuto alla mutazione B.1.1.7 è stato devastante, catapultando il Paese nel pieno della terza ondata.

Si era detto che entro fine marzo la maggior parte dei casi di SARS-CoV-2 sarebbe stata ascrivibile alla variante inglese, e così è stato. La variante preoccupa particolarmente per la sua maggiore facilità di trasmissione e per la maggior probabilità di presentare uno o più sintomi dell’infezione, inclusi i più gravi.

Di fatto, uno studio condotto su un campione di 3.500 ha evidenziato proprio questo: rispetto al virus wild type, la variante B.1.1.7 porta i pazienti affetti a manifestare più spesso la sintomatologia collegata al Covid.

Variante inglese, perché spaventa così tanto

La diffusione della variante britannica ha goduto anche di una notevole risonanza mediatica, in quanto tutti si sono occupati di documentarla e mettere in guardia i cittadini circa la sua pericolosità.

Non tutti sanno, però, che è assolutamente normale per un virus mutare: le varianti del wild type (ossia la conformazione di partenza di un virus) ad oggi sono migliaia di migliaia, sparse in tutto il mondo. Ciò che rende alcune mutazioni più temibili di altre è proprio la loro maggiore capacità di indurre i sintomi. Nello studio sui 3.500 pazienti, è emerso che:

  • con la variante inglese il 35% dei pazienti ha riferito tosse, mentre per il ceppo iniziale la percentuale si attestava al 28%;
  • il 32% dei pazienti ha manifestato affaticamento, mentre solo il 29% di chi ha contratto il wild type riferiva questo sintomo;
  • il 25% dei pazienti ha percepito dolori muscolari e articolari, a fronte del precedente 21%;
  • il 21,8% dei pazienti ha avuto anche mal di gola, contro il 19% nel wild type.

Questo dimostra la maggior aggressività del virus, che se da una parte consente una più rapida individuazione dell’infezione (rispetto, ad esempio, agli asintomatici che non presentavano alcun segno), dall’altra crea preoccupazione per l’outcome (l'”uscita” dalla malattia) dei pazienti.

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Pubblicato da
Monica Palmisano