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La nostra dipendenza dagli smartphone sta impoverendo il pianeta

smartphone e materiali

Gli smartphone (sì, proprio quei dispositivi che utilizziamo ogni giorno e con doverosa costanza) stanno esaurendo le risorse del nostro pianeta. Tutta la nostra vita, se ci facciamo caso, è racchiusa nei suoi circuiti. Dalla grafite nella batteria al silicio del processore, sono decine i metalli, i minerali ed altri composti all’interno di ogni telefono. Alcuni di essi sono presenti solo in piccole quantità, ma tutti devono essere estratti dalla terra prima di essere assemblati.

I processi di estrazione e di produzione hanno conseguenze ambientali davvero molto negative. E, purtroppo, tanto più la nostra ricerca allo smartphone innovativo cresce, tanto questa impatta sul pianeta e chi la abita. Le risorse, infatti, sono limitate, il che si traduce ad un esaurimento lento ma costante.

I materiali adoperati per la produzione di uno smartphone sono tanti e diversi. E, spesso, variano con il brand, i modelli e gli stessi produttori. Tuttavia, è possibile risalire a quelli maggiormente utilizzati. Così, solo per avere un’idea. Ne emerge, quindi, che nel complesso uno smartphone è costituito da circa il 40 per cento di metalli (in prevalenza rame, oro, platino, argento e tungsteno), un altro 40 di plastica e un 20 per cento di ceramica ed altri materiali generici. Inoltre, la produzione di ogni smartphone necessita dell’olio usato per produrre la plastica, la sabbia utilizzata per la produzione di vetro, e così via. Insomma, degli 83 elementi stabili e non radioattivi della tavola periodica, almeno 70 si trovano in uno smartphone.

Neodimio, terbio e disprosio, per esempio, sono tre dei metalli rari. Ad esempio, senza di essi, il device non potrebbe vibrare e la suoneria ne perderebbe in qualità. Il terbio e il disprosio, poi, sono utilizzati anche in piccole quantità nei touchscreen, per produrre i colori del display. Nel loro caso, l’aggettivo “raro” non si riferisce al fatto che scarseggiano in natura, ma semplicemente non sono abbondanti, essendo sparsi in piccole riserve in diversi luoghi del pianeta. E la loro estrazione può risultare difficile e richiedere molto tempo.

Risale al 2013 uno studio dalla Yale University secondo il quale, dopo aver esaminato 62 metalli e metalloidi presenti in uno smartphone, non vi sarebbe alcuna sostituzione valida, mentre 12 sono risultati praticamente insostituibili. Secondo alcuni esperti, tra 20 0 30 potremmo non avere più accesso all’estrazione di tali materiale. Allo stesso tempo, però, la produzione di dispositivi mobili cresce. Non sembra essere sul punto di arrestarsi. Si rende necessario, dunque, migliorare le frontiere delle nuove risorse, magari incrementando il riciclaggio dei materiali esistenti e la ricerca di alternative. Il tutto se realmente vogliamo evitare un ritorno ai cellulari low-tech, ovvero senza le caratteristiche alle quali ci siamo abituati oggi. Le riserve di disprosio, per esempio, potrebbero essere accessibili fino al 2050, ma è anche possibile che possano esaurirsi entro il 2020.

C’è da prendere in considerazione una serie di fattori, che vanno dai prezzi alla domanda, dalle tecnologie di estrazione mineraria alle nuove riserve. Ma alcune stime rimangono allarmanti. In altre parole, le forniture di materiali per gli smartphone non dipendono solo dalla loro quantità estraibile, ma anche su quanto sia grande la domanda. Si tratta di fattori incostanti. Ecco perché si può leggere di un metallo che scarseggia un anno, ma è abbondantemente disponibile il successivo.

Ciò significa che nessuno ha una risposta definitiva sulla durata delle riserve di questi materiali e su quanto tempo queste sono destinate a durare. Ma la cosa certa è che si deve fare qualcosa al riguardo. E prima che sia troppo tardi per il nostro (sempre più povero) pianeta.

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Pubblicato da
Federica Vitale