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Il robot Valkyrie torna alla NASA dopo 10 anni di test sull’AI

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Il mondo della tecnologia corre così velocemente che spesso finiamo per dimenticare i pionieri che hanno tracciato la strada, lasciandoli in un angolo mentre ci entusiasmiamo per l’ultima novità virale. Eppure, ogni tanto, qualche vecchia gloria decide di tornare sotto i riflettori, ricordandoci che la pazienza è la virtù dei forti, specialmente quando si parla di esplorazione spaziale.

Valkyrie torna alla NASA con nuove capacità AI

È il caso di Valkyrie, il robot umanoide della NASA che sembrava quasi svanito nel nulla e che invece sta per rimettere piede negli Stati Uniti dopo un lunghissimo “periodo di studi” all’estero. Per ben dieci anni, questo gigante di metallo ha vissuto in Scozia, presso l’Università di Edimburgo, prestandosi come cavia per esperimenti avanzatissimi su equilibrio e movimento. Vederlo oggi fa un certo effetto. Con i suoi quasi due metri di altezza e un peso che supera i centoventi chili, Valkyrie ha quell’estetica solida e un po’ retrò che ricorda i robot dei cartoni animati giapponesi degli anni Settanta. Mentre i modelli più moderni puntano tutto su un’agilità estrema e movimenti quasi felini, lui mantiene una maestosità più lenta e ragionata. Ma non lasciatevi ingannare dalla sua andatura pacata: sotto quella corazza bianca e blu si nasconde una tecnologia avanzata che molti dei suoi colleghi più giovani possono solo sognare. Parliamo di una macchina rarissima, prodotta in soli tre esemplari, nata originariamente per affrontare gli scenari apocalittici delle sfide DARPA, dove l’obiettivo era muoversi tra macerie e ambienti proibitivi per noi esseri umani.

Il robot NASA pronto per la prossima fase

Il suo ritorno al Johnson Space Center in Texas non è una semplice operazione nostalgia, ma segna l’inizio di un capitolo cruciale. Durante il decennio passato a Edimburgo, i ricercatori hanno letteralmente “aggiornato il cervello” di Valkyrie, insegnandogli a interpretare la realtà attraverso i sensori sonar e i sistemi LIDAR di cui è dotato. Grazie all’intelligenza artificiale, oggi il robot è molto più consapevole dello spazio che lo circonda, capace di correggere la propria postura con una precisione che dieci anni fa era pura teoria. La sua struttura modulare, che permette di sostituire braccia e gambe in pochi minuti, lo rende ancora oggi una piattaforma di test incredibile per chi sogna di inviare aiuti meccanici su Marte prima ancora che il primo astronauta vi posi lo scarpone. Rientrando alla base, Valkyrie porta con sé un bagaglio di dati inestimabile, accumulato camminando su terreni irregolari e imparando a gestire la propria batteria estraibile in situazioni di stress. Forse non farà i salti mortali all’indietro come i modelli di punta della Silicon Valley, ma ha la tempra di chi è stato costruito per resistere al vuoto e alla polvere di mondi lontani. Sarà affascinante scoprire come la NASA integrerà queste nuove consapevolezze nei prossimi progetti, perché dopo tanto tempo passato lontano dai riflettori, questo veterano della robotica sembra avere ancora parecchie cartucce da sparare.
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