L’industria dell’auto in Germania si trova davanti a un bivio che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile. Per oltre quattro decenni il settore automobilistico ha rappresentato il cuore pulsante dell’economia tedesca: costruttori solidi, marchi di prestigio, una produzione enorme dentro i confini nazionali e lavoro per centinaia di migliaia di persone. Quel sistema, ammirato e copiato ovunque, oggi rischia di essere entrato in un cortocircuito difficile da riparare.
L’industria tedesca dell’auto, almeno per come la conoscevamo, non c’è più. Attenzione, non significa che siano spariti i costruttori o i marchi, quelli restano al loro posto. A mancare sono il contesto economico e le condizioni che per oltre quarant’anni hanno garantito alla Germania il primato europeo e, considerando nomi premium come Audi, BMW e Mercedes-Benz, anche mondiale. Nel giro di poco tempo si è passati dal comando alla ricerca affannosa di un modo per restare a galla. E per tenersi in piedi il Paese ora deve accettare compromessi parecchio dolorosi.
Il dato che fa più paura riguarda i posti di lavoro. È previsto un taglio del 25% dell’occupazione nel settore entro i prossimi nove anni. Tradotto: entro il 2035 un lavoratore dell’auto su quattro resterà senza impiego. E qui scatta il vero allarme sociale. La fotografia attuale è già pesante: dal 2019 la filiera ha perso oltre 100.000 lavoratori e altri 125.000 sembrano destinati alla stessa fine nel breve periodo. Numeri strutturali, non frutto di un singolo evento passeggero. A pagarne il prezzo sarà il ceto medio tedesco, ossatura economica dell’intero Paese.
Le cause? Il crollo dei quattro pilastri su cui poggiava da sempre l’industria automobilistica tedesca
: la complessità meccanica dei motori tradizionali, l’efficienza dei distretti produttivi integrati, l’energia russa a basso costo e i flussi di cassa abbondanti che arrivavano dalla Cina. Il passaggio rapido e forzato verso i veicoli elettrici, l’arrivo della tecnologia software-defined e l’integrazione dell’intelligenza artificiale hanno reso d’un colpo obsoleto quel know-how ingegneristico che faceva la differenza. Per usare un’immagine calcistica, l’automotive tedesco è la squadra più forte di un campionato che ormai nessuno gioca più.Il baricentro delle competenze si è spostato altrove. Verso gli Stati Uniti, con Tesla e le aziende di software e intelligenza artificiale, e verso la Cina, con la sua marea di costruttori e con colossi tecnologici come Xiaomi. Si assiste a una fuga di capitali e di talenti verso i due Paesi che guidano la transizione. Lì si concentrano le conoscenze più qualificate e le tecnologie chiave per il veicolo del futuro. Non in Germania.
A complicare ulteriormente le cose c’è l’arrivo dei prodotti asiatici in Europa, un mercato che storicamente apparteneva proprio ai marchi tedeschi. Le auto cinesi battono la concorrenza in tecnologia e costano meno: una combinazione che può rivelarsi micidiale in tutto il Vecchio Continente, perfino in Germania. Proprio in casa dei costruttori teutonici. Il problema, ormai, non è più difendere un passato scaduto, ma capire come ridefinire il proprio ruolo di leader in un settore che è cambiato radicalmente in pochissimi anni. L’unica magra consolazione per i tedeschi è che gli altri Paesi europei, Italia compresa, si trovano in una situazione simile. Anzi, forse stanno pure peggio.