Circa il 90% degli esseri umani è destrorso, e questa proporzione è talmente schiacciante da sembrare quasi scontata. Eppure, la domanda su perché quasi tutti siamo destrorsi ha tenuto impegnati ricercatori e neuroscienziati per decenni, senza mai arrivare a una risposta davvero convincente. Ora, però, qualcosa sembra muoversi nella direzione giusta.
Il punto di partenza è affascinante nella sua semplicità: la nostra specie ha iniziato a camminare su due gambe e, nel corso dell’evoluzione, ha sviluppato cervelli più grandi. Due cambiamenti enormi che, secondo le ricerche più recenti, potrebbero aver ridisegnato il modo in cui usiamo le mani. Tra tutti i primati, gli esseri umani mostrano una preferenza laterale decisamente più spiccata. Negli scimpanzé, per fare un esempio, la distribuzione tra mano destra e mano sinistra è molto più equilibrata. Qualcosa, insomma, è successo lungo il cammino evolutivo della nostra specie che ha spinto questa asimmetria a livelli estremi.
La scienza ha sempre sospettato che la risposta fosse nascosta da qualche parte nel cervello, e più precisamente nella specializzazione degli emisferi cerebrali. L’emisfero sinistro, che controlla la parte destra del corpo, è quello che nella maggior parte delle persone gestisce anche il linguaggio e le abilità motorie fini. Quando i nostri antenati hanno cominciato a liberare le mani dalla locomozione, passando alla postura eretta, quelle stesse mani sono diventate strumenti sempre più sofisticati. Strumenti per costruire utensili, per comunicare con gesti, per manipolare oggetti con precisione crescente.
Perché quasi tutti siamo destrorsi e non mancini
La questione non è solo accademica. Capire perché quasi tutti siamo destrorsi significa anche gettare luce su come funziona l’organizzazione del nostro sistema nervoso. L’aumento delle dimensioni cerebrali ha reso necessaria una maggiore specializzazione tra i due emisferi: invece di duplicare le stesse funzioni su entrambi i lati, il cervello ha iniziato a “dividere i compiti”. Questo processo, noto come lateralizzazione cerebrale, avrebbe favorito il predominio di una mano sull’altra, e nella stragrande maggioranza dei casi quella mano è la destra.
Il fatto che circa il 10% della popolazione sia mancina, d’altra parte, suggerisce che la lateralizzazione non è un meccanismo rigido. Esistono variazioni individuali, influenze genetiche e probabilmente anche fattori ambientali che entrano in gioco. Ma la tendenza generale resta chiarissima: essere destrorsi è la norma statistica nella nostra specie, e lo è stata probabilmente per centinaia di migliaia di anni. Tracce archeologiche su utensili preistorici mostrano segni di utilizzo compatibili con la mano destra già in epoche molto remote.
Quello che emerge dalle ricerche più recenti, dunque, è un quadro in cui il passaggio alla postura bipede e l’espansione del cervello hanno creato le condizioni perfette per far emergere una preferenza manuale dominante. Non si tratta di un singolo gene o di un unico evento, ma di una combinazione di pressioni evolutive che, nel tempo, hanno plasmato quella che oggi consideriamo una caratteristica banale. Eppure, dietro al semplice gesto di prendere una penna con la mano destra, si nasconde una storia lunga milioni di anni.
