Forse si inizia a vedere la luce in fondo al tunnel, per quegli oltre 19.000 clienti risultati truffati nell’ambito dell’inchiesta “Crazy Diamond”, che ha portato nel febbraio del 2019 al sequestro preventivo di 700 milioni di euro alle varie parti interessate nel raggiro.

Si tratta di cinque istituti bancari, nello specifico Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco BPM, Monte dei Paschi e Banca Aletti, che si sono dimostrati complici di due società di rivendita di diamanti, ossia IDB (Intermarket Diamond Business di Milano, fallita nel gennaio 2019) e DPI (Diamond Private Investment di Roma).

Strada spianata alle restituzioni delle pietre, secondo quanto stabilito dalla Procura di Milano (dopo che anche la Procura di Verona si era pronunciata in tal senso). I controlli sono stati effettuati, in questo periodo, sulla quasi totalità dei clienti che hanno richiesto la restituzione o il rimborso.

Truffe Unicredit, Sanpaolo, BPM: oltre 19.000 clienti truffati, ecco come

La truffa dei diamanti si è dipanata prevalentemente nel periodo 2012-2016, andando dunque ad interessare investitori, di cui soprattutto piccoli risparmiatori, che volevano veder crescere il proprio capitale acquistando un bene “rifugio”, così come veniva presentato agli occhi dei clienti.

Il problema fondamentale, però, consisteva nell’inganno perpetrato a danno degli investitori, che pensavano di star acquistando beni per il valore pagato, ma che invece risultavano venduti a prezzi estremamente gonfiati.

L’unica colpa dei clienti risulterebbe dunque quella di essere – legittimamente – ignoranti in materia, e di esseri affidati ai propri consulenti finanziari per poter decidere sull’acquisto da fare.

Al momento, dunque, si stanno avviando le pratiche per la restituzione delle pietre, laddove siano state lasciate in custodia presso le stesse società di rivendita, e di rimborso della quota aggiuntiva pagata rispetto alle quotazioni di mercato.