Cinque gli istituti bancari coinvolti nella maxi truffa ai danni dei clienti. Dietro questi, a fare da burattinai, due società di rivendita dei diamanti, che necessitavano una “spinta” per rinverdire il proprio business.

Inizialmente si trattava solo di una collaborazione per esporre del materiale pubblicitario presso le filiali. E’ stato questo il primo contatto della DPI (Diamond Private Investment) di Roma e della IDB (Intermarket Diamond Business) di Milano, a seguito del quale si è venuto a creare l’illecito che ha reso vittime quasi 20.000 clienti.

Unicredit, Banco BPM, Intesa Sanpaolo, Banca Aletti e Monte dei Paschi: cinque banche che hanno messo a disposizione i propri dipendenti per indurre i clienti ad investire nel mercato dei diamanti. Un mercato in calo, nella realtà, ma questo non potevano saperlo. Ai potenziali acquirenti venivano infatti mostrati indici pesantemente gonfiati.

Truffa dei diamanti: sequestro preventivo da oltre 700 milioni per le cinque banche

Com’era possibile che fossero presenti indici artefatti sulla pagina di un giornale locale? Molto semplicemente, non si trattava della pagina ufficiale finanziaria, ma di una pagina dedicata alla pubblicità, dove le società di rivendita dei diamanti avevano pubblicato un prospetto errato dei possibili guadagni.

Questo ha indotto i clienti a fidarsi dei propri consulenti finanziari ed investire nel mercato dei diamanti. Si trattava perlopiù di piccoli investitori, che volevano veder fruttare i risparmi di una vita, e invece si sono ritrovati a pagare lo scotto della propria – legittima – ignoranza in materia. Le banche inoltre ricevevano notevoli compensi per poter mediare nell’acquisto, rimpolpando così i bilanci.

Attualmente un nuovo “focolaio” della truffa sembrerebbe essere stato individuato ad Ancona, ma seguiranno ulteriori aggiornamenti con l’avanzare delle indagini.