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Cinque società bancarie e due società di rivendita dei diamanti sono attualmente a giudizio per aver truffato i propri clienti vendendo loro diamanti ad un prezzo gonfiato.

Lo scandalo, che ha travolto Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco BPM, Banca Aletti e Monte dei Paschi, è scoppiato negli scorsi mesi dopo essersi consumato, in realtà, nel quinquennio 2012-2016.

L’inchiesta risulta essere stata chiusa il 2 ottobre scorso, quando il pm Maria Grazia Colacicco si è pronunciata definitivamente, dopo i vari accertamenti di responsabilità. Il tutto ha portato all’avviso di conclusione delle indagini preliminari verso 87 persone fisiche e 7 soggetti giuridici, tra cui appunto rientrano le 5 società bancarie. Ma ora sembrerebbe aprirsi un nuovo capitolo della vicenda.

Proprio in questi giorni, infatti, la Guardia di Finanza avrebbe individuato un altro focolaio di attività illecite, sequestrandone le quote societarie e le associate attività finanziarie, per un totale di 34 milioni di euro. Ad essere interessate le zone di Milano, Roma e Ancona.

Truffa dei diamanti, altri sequestri per una holding finanziaria e diverse società di rivendita

Il sequestro in questione sarebbe collegabile al precedente in quanto Maurizio Sacchi, che risulterebbe titolare della holding sotto indagine, rivestirebbe anche l’incarico di amministratore della DPI S.p.A (Diamond Private Investment), la società di rivendita dei diamanti avente sede a Roma e destinata al fallimento per il suo coinvolgimento nella truffa di cui sopra.

Ma in cosa consisteva esattamente il raggiro che ha coinvolto gli ignari clienti?

Nel quinquennio 2012-2016 due società di rivendita dei diamanti, la DPI e la IDB (Intermarket Diamond Business di Milano), avrebbero stretto un accordo con i cinque istituti bancari in questione per poter esporre materiale pubblicitario presso le loro filiali. In realtà, si trattava di una copertura per poter indurre i clienti ad interessarsi a questo business e richiedere ai consulenti ulteriori informazioni.

A questo punto, si informavano i clienti circa l’opportunità di accrescere il proprio capitale investendo in diamanti, che presentavano quotazioni superiori ai Titoli di Stato. Peccato che i grafici mostrati a supporto non fossero corrispondenti alla realtà, in quanto vi erano riportate quotazioni gonfiate rispetto a quelle dei mercati correnti. In particolare, le quotazioni internazionali vedevano scendere precipitosamente il titolo dei diamanti, segnalando un’implosione di questo mercato – motivo per cui probabilmente si è dovuti ricorrere alla truffa pur di continuare a vendere.

Diamanti a prezzi gonfiati, a perderci solo i clienti

Le ignare vittime hanno dunque dovuto pagare lo scotto della propria – legittima – ignoranza in materia, affidandosi a sedicenti consulenti che in realtà avrebbero fatto gli interessi dei propri padroni.

Le banche e gli intermediari, infatti, avrebbero ricevuto lauti compensi dalle società di rivendita dei diamanti. Il loro merito sarebbe quello di aver materialmente fatto da tramite con i clienti per stipulare tali contratti di vendita, facendo guadagnare alle stesse banche notevoli cifre per tutte le garanzie legali e i certificati (tra cui quello di autenticità) richiesti per completare l’acquisto.

La Procura di Milano, a fronte di questa situazione, aveva pertanto disposto il sequestro preventivo di 700 milioni di euro IDB, DPI e dalle banche coinvolte. A cui oggi si aggiunge il nuovo sequestro di 34 milioni.