XenobotNel corso di questi ultimi anni l’evoluzione tecnologica che ha interessato il campo della robotica è culminata con la realizzazione di Xenobot.

Non si tratta dei consueti robot realizzati utilizzando metallo e plastica che siamo abituati a vedere in televisione, ma di veri e propri organismi programmabili. Questi robot viventi devono il loro nome alla specie di rana africana chiamata Xenopus laevis. Le sue cellule embrionali sono state il materiale di partenza per costruirli.

Xenobot è nato dalle numerose ricerche svolte in collaborazione tra esperti informatici dell’Università del Vermont e ricercatori biologi dell’Università Tufts, dell’Istituto Wyss e dell’Università di Harvard.

 

Xenobot: ecco com’è stato realizzato questo primo organismo programmabile

Il team statunitense di informatici e biologi che hanno partecipato alla realizzazione di Xenobot ha utilizzato cellule embrionali di Xenopus laevis per costruire il prodotto. Tali cellule sono state riassemblate mediante l’ausilio di un supercomputer e sono state programmate per eseguire funzioni diverse da quelle che le cellule normalmente svolgono. Infatti, a seguito di tale operazione, le cellule embrionali di partenza hanno consentito di ottenere veri e propri organismi.

E’ stata creata una innovativa microstruttura in grado di muoversi in completa autonomia, autoripararsi e di trasportare anche un piccolo carico. Questi piccoli organismi programmabili potrebbero, per esempio, essere utilizzati per trasportare anche farmaci all’interno del nostro organismo.

Come afferma il Dottor Josh Bongard – a capo del team di informatici – tali organismi programmabili:

«Non sono né un robot tradizionale né una specie conosciuta di animali ma si tratta di nuove macchine viventi».

All’intervento di Bongard è sopravvenuto il commento del professore dell’istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Antonio De Simone, che ha sostenuto la medesima tesi nei seguenti termini:

«Possiamo definirli come dei moderni robot viventi o degli organismi multicellulari artificiali, perché svolgono funzioni diverse da quelle naturali».