Pensate ancora si tratti di fantascienza? Certo, la produzione letteraria e cinematografica degli ultimi 60 anni ha certamente consentito che quest’idea di “teletrasporto” si radicasse nella mentalità collettiva.

E se invece vi dicessimo che il teletrasporto esiste davvero? Molto ridimensionato rispetto a quello che siamo abituati a immaginare, ma sì, esiste davvero. Ed è anche una tecnologia molto usata, che si basa su fenomeni fisici scoperti all’inizio del ‘900.

A onor del vero, si tratta di teletrasporto quantistico. L’aggettivo è d’obbligo, perché consente di individuare la dimensione subatomica di cui si va a parlare. La cosa più sorprendente è che il processo che ha consentito di arrivare a riprodurre tale processo artificialmente, in realtà, è già presente in natura. Quasi a dire “non abbiamo inventato nulla”, abbiamo soltanto applicato un meccanismo che è già contemplato dalla fisica.

Stiamo parlando dell’entanglement quantistico, un particolare fenomeno che lo stesso Einstein teorizzò pur essendo momentaneamente incompatibile con alcuni dei suoi lavori.

Teletrasporto quantistico: come funziona e come viene sfruttato al giorno d’oggi

Il teletrasporto quantistico si fonda dunque sul fenomeno dell’entanglement. Molto brevemente, secondo questa scoperta due particelle, entrate in contatto in un momento qualsiasi della propria vita, continueranno a condizionarsi reciprocamente pur dopo la separazione e pur trovandosi a distanza di milioni di chilometri. Ma cosa si intende per “condizionarsi”? Significa che, pur non essendo più vicine o a diretto contatto (o legate da un legame chimico-fisico), una data stimolazione effettuata su una delle due andrà a influenzare lo stato quantistico anche dell’altra particella.

Il fenomeno, ad oggi, viene sfruttato nei computer quantistici, macchinari che hanno una potenza di calcolo superiore rispetto a qualsiasi altro “calcolatore” mai creato, che stanno rivoluzionando il mondo dell’informatica.