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Con le nuove norme a contrasto dell’evasione fiscale, l’Agenzia delle Entrate ha facoltà di controllare i conti correnti di tutti gli Italiani che non possono giustificare tempestivamente ogni movimento effettuato. La verifica fiscale sul conto corrente viene richiesta dal Fisco consultando direttamente un database pieno di saldi e movimenti di ogni singolo correntista di qualunque banca.

Se non si possono riscontrare le operazioni sul conto nella dichiarazione dei redditi o nel 730, il Fisco fa scattare la procedura di accertamento e le successive sanzioni. Ma non tutti siamo evasori e teniamo con un certo orgoglio a mantenere intatta la nostra privacy, e in questo caso la legge italiana non aiuta i contribuenti per difendersi dalle verifiche dell’agenzia dell’Entrate.

 

Conti correnti soggetti a controlli: come difendersi dal Fisco

Sebbene i nostri redditi vengono controllati con i modelli relativi compilati al CAF od online, se si riceve un bonifico sul conto senza avere riscontro sul 730 allora l’Art. 32, comma 1, numero 2 del Dpr 600/1973 e l’Art. 51, comma 2, numero 2, del Dpr 633/1972 permettono all’Agenzia delle Entrate di considerarli redditi frutto da evasioni fiscale.

Dunque, il contribuente per difendersi deve sempre dimostrare la provenienza lecita e non tassabile del denaro accreditato sul suo conto corrente. Le casistiche in questo caso sono due:

  • Che il denaro proviene da operazioni esentasse come un risarcimento danni, una donazione da un genitore, un prestito da un amico, e così via;
  • Che il denaro già sia stato tassato alla fonte prima di arrivare sul conto, come ad esempio una vincita alle lotterie o alle scommesse.

Il problema è che non basta affermare o testimoniare che il denaro accreditato sia frutto di un regalo da parte di un parente, e nel caso si parli di cifre consistenti, meglio registrare un atto di donazione o di prestito presso l’Agenzia delle Entrate o un Notaio in modo da fornire una data ufficiale.

Sebbene sembra assurdo, su questo punto si è espressa in maniera contrastante la giurisprudenza italiana, che in alcuni casi ha smentito l’operato del Fisco ritenendo che la sola presenza di accrediti sul conto non è sufficiente a avviare un accertamento. Al contrario la Cassazione, con ben 4 sentenze del 2018, ha disposto che l’onere probatorio delle operazioni lecite sui conti è a carico dei contribuenti.